GIORNATA INTERNAZIONALE - OGI

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Giornata internazionale della donna
Lo scenario normativo internazionale

Come si è già avuto modo di constatare la violenza di genere è un problema di livello mondiale. Ogni Paese, ciascuno con la propria cultura e stile di vita, affronta questo fenomeno in maniera diversa e cambia anche il modo di viverlo da parte delle donne. Anche il modo di essere donna e vivere la propria femminilità è differente in base alla propria cultura e religione, per questo spesso si creano delle incomprensioni etiche-culturali tra donne migranti e donne autoctone di diversi paesi nei quali, anche il livello di parità tra i sessi è differente.

La violenza di genere – ricordiamo- si fonda sulla discriminazione nei confronti della donna a livello politico, culturale, economico e sociale; è per questo motivo che qualsiasi considerazione sul fenomeno in esame deve essere sempre preceduta da attente riflessioni riguardanti in generale il tema dei diritti umani fondamentali.

A livello internazionale, il primo documento volto a combattere questa discriminazione è stata “La convezione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna”, approvata il 18 dicembre 1979 dall’ONU. Questo documento costituisce la principale garanzia che il diritto internazionale offre al rispetto dei diritti delle donne.

L’art 1 del trattato recita: “Ai fini della presente Convenzione, l’espressione «discriminazione nei confronti della donna» concerne ogni distinzione esclusione o limitazione basata sul sesso, che abbia come conseguenza, o come scopo, di compromettere o distruggere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio da parte delle donne, quale che sia il loro stato matrimoniale, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale e civile o in ogni altro campo, su base di parità tra l’uomo e la donna”. Questa convenzione impegna gli stati firmatari ad astenersi da azioni discriminatorie in base al sesso e ad adottare provvedimenti per raggiungere l’uguaglianza in tutti i settori, inoltre viene istituito un Comitato che ne sorveglia l’applicazione negli Stati firmatari, i quali si impegnano a fornire regolarmente un rapporto sui provvedimenti adottati.

Solo a partire dalla metà degli anni Ottanta gli organismi internazionali hanno attenzionato tale fenomeno. Infatti, il 20 dicembre del 1993 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò all’unanimità̀ la “Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne”, nella quale si afferma che la violenza contro le donne costituisce una violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali; l’art. 1 definisce “violenza contro le donne ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata”.

Questa Dichiarazione ha costituito un input per altre organizzazioni internazionali che si sono occupate del tema successivamente.

Nel 1995 in occasione della quarta conferenza mondiale sulle donne, svoltasi a Pechino, viene emanato un programma di azione per attribuire più potere alle donne, inoltre nella conferenza si introduce un concetto molto importante: “la valorizzazione delle differenze”. Si arriva alla consapevolezza che per raggiungere l’uguaglianza di diritti e di condizione è necessario riconoscere e valorizzare la differenza del genere maschile e femminile, quindi dare rilievo all’esperienza, alla cultura e ai valori di cui le donne sono portatrici poiché costituiscono una ricchezza per tutta l’umanità̀. Il programma di azione rappresenta ad oggi, il principale testo giuridicamente vincolante sui diritti delle donne.

La violenza di genere è considerata a livello internazionale anche un problema di sanità pubblica che compromette gravemente la salute della donna, ed è per questo, che deve essere prevenuta e monitorata. A conferma di ciò la risoluzione dell’Assemblea mondiale della Sanità- “Prevenzione della violenza: una priorità della sanità pubblica”- del 1996 dichiara che la violenza è un problema primario di sanità pubblica a livello mondiale, raccomanda agli Stati membri di valutare il problema della violenza nel proprio territorio e di trasmettere all’OMS le loro informazioni su questo problema e sul loro approccio ad esso, invita il Direttore Generale ad attivare interventi di pubblica sanità indirizzati al problema della violenza che descriveranno i diversi tipi di violenza, la loro dimensione, le cause e conseguenze di questa utilizzando anche una “prospettiva di genere” nell’analisi. La risoluzione dell’Assemblea mondiale della Sanità inoltre individua un altro punto fondamentale: la valutazione dell’efficacia delle misure e dei programmi di prevenzione del fenomeno, con particolare attenzione alle iniziative territoriali di base. Tale risoluzione promuove, inoltre, azioni per combattere questo problema a livello internazionale e locale, prevede misure per fare progressi nel riconoscimento, nella presentazione dei media e nella gestione delle conseguenze della violenza; promuove la partecipazione intersettoriale nella prevenzione, incoraggia la ricerca su questo fenomeno considerandola un priorità per la sanità pubblica, invita a preparare e divulgare raccomandazioni sui programmi di prevenzione delle condotte violente in nazioni, Stati e comunità in tutto il mondo.

Anche per quanto riguarda la giustizia penale sono stati presi, nel corso degli anni, provvedimenti a livello mondiale per garantire alle donne un trattamento equo da parte del sistema giudiziario penale e politiche volte a contrastare la violenza di genere. L’Assemblea generale dell’ONU nel 1998 ha emanato la risoluzione:” Prevenzione del crimine e misure di giustizia penale per eliminare la violenza contro le donne “e allegate “Le strategie modello e le misure pratiche sulla eliminazione della violenza contro le donne “. Questa risoluzione raccomanda agli Stati membri di rivedere e rivalutare le proprie leggi, le proprie politiche riguardanti la violenza di genere e le proprie misure pratiche riguardo le questioni penali per stabilire se -conformemente al proprio sistema legale- abbiano un impatto negativo sulle donne ed eventualmente modificarli in modo da assicurare alle donne un trattamento equo da parte del sistema giudiziario penale. L’Assemblea generale raccomanda inoltre agli Stati Membri di promuovere la sicurezza delle donne in casa e nella società in genere, di attuare strategie di prevenzione del crimine che riflettano le reali condizioni di vita delle donne, di cercare di soddisfare le esigenze in diverse aree come lo sviluppo sociale, i programmi di educazione alla prevenzione e di progettazione ambientale.

Il 31 luglio 2001 viene firmato da 72 Paesi, la Sintesi del Protocollo facoltativo relativo alla “Convezione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” (1999 ONU). Esso riafferma la determinazione degli Stati interessati che adottano il Protocollo di assicurare il pieno ed uguale godimento da parte delle donne di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali e di intraprendere azioni efficaci per prevenire la violazione di tali diritti e libertà.

La risoluzione dell’ONU n.54/134 del 17 dicembre del 1999 proclama il 25 novembre la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, giorno che ricorda l’eccidio delle sorelle dominicane Mirabal da parte della polizia del dittatore Truijllo avvenuto nel 1960[1].

Più di recente il Consiglio d’Europa nella raccomandazione del 2002 del Consiglio dei Ministri agli Stati Membri, condanna “qualsiasi azione fondata sull’appartenenza sessuale che comporta o potrebbe comportare per le donne che ne sono bersaglio danni o sofferenze di natura fisica, sessuale o psicologica, ivi compresa la minaccia di mettere in atto simili azioni, la costrizione, la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che in quella privata”.

L’11 maggio 2011 a Istanbul è stata siglata la “Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. Tra i primi Paesi firmatari della Convenzione troviamo nazioni con un livello di servizi e politiche di contrasto alla violenza e a tutela delle donne molto avanzato, mentre in altri abbiamo servizi, leggi e iniziative non coordinati tra di loro e poco efficaci a livello politico. L’assemblea generale dell’ONU ha ufficializzato una data che fu scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell’incontro femminista latino-americano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà (Colombia) nel 1981. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio avvenuto il 25 novembre del 1960 delle tre sorelle Mirabal considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leonidas Trujillo, il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos dal 1930 al 1961.

Da questo quadro normativo possiamo vedere come a livello mondiale, seppur tardivamente, siano state prese misure di contrasto alla violenza di genere e quindi il riconoscimento del problema da parte di vari paesi del mondo con culture diverse; tuttavia, tali misure ad oggi possono costituire solo il presupposto non già la soluzione definitiva per l’eliminazione il fenomeno.

[1] L’assemblea generale dell’ONU ha ufficializzato una data che fu scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell’incontro femminista latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà (Colombia) nel 1981. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio avvenuto il 25 novembre del 1960 delle tre sorelle Mirabal considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leonidas Trujillo, il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos dal 1930 al 1961.


Il ruolo della donna nella società nel passato e nel presente

La condizione della donna nella società lungo il corso dei secoli ha subito parecchi cambiamenti, a seconda dell’evoluzione politica e giuridica dei popoli, della diversità dei fattori geografici e storici e della sua appartenenza ai vari gruppi sociali. In quasi tutti i tempi e paesi essa è stata sottoposta nelle società del passato a un trattamento meno favorevole di quello riservato all’uomo sia dal punto di vista giuridico, economico e civile. A differenza delle civiltà arcaiche, nelle quali la donna era regina nella famiglia e potente nella comunità perché generava la vita, nell’antica Grecia il suo ruolo cambiò completamente. I grandi filosofi come Platone, Pitagora o Euripide la consideravano ignorante, inferiore, difettosa e incompleta e fino alla morte soggetta alla potestà del padre e quando si sposava del marito. Anche in epoca romana la donna era una semplice figura presente nel nucleo familiare, che doveva unicamente pensare al mantenimento dei figli e della casa e le scelte erano affidate al pater-familias che ricopriva le cariche pubbliche. Solo le mogli dei grandi imperatori erano artefici nella vita politica, di conseguenza potenti e libere.

  • Medioevo

Nel Medioevo, invece, la donna veniva vista in due modi nettamente opposti: angelico e spirituale o stregonesco e maligno. Nella donna si incarnavano infatti il bene e il male ma continuava ad essere piegata al potere dell’uomo. Anche nel mondo cristiano la donna aveva pochi diritti: quando si sposava riceveva una dote, ma perdeva il diritto di amministrarla poichè era il marito che la gestiva, e la moglie non era libera di fare testamento, doveva sottostare al potere dell’uomo e doveva occuparsi della sfera del privato. Le donne venivano controllate e non potevano uscire di casa senza essere accompagnate da un uomo, perché la loro libertà avrebbe minacciato l’ordine sociale. Tuttavia, solo grazie al lavoro esse erano più libere.

  • Cultura Musulmana

Nella cultura musulmana la condizione della donna non era molto diversa rispetto al mondo cristiano: l’incontro tra uomo e donna avveniva il meno possibile e vivevano due vite distinte. Le donne musulmane non frequentavano la moschea ma andavano spesso ai bagni pubblici dove compivano i riti di purificazione, curavano la propria igiene, si incontravano, si riposavano, combinavano matrimoni. Nel mondo musulmano esse potevano possedere beni, ereditarli, svolgere attività economiche, anche se in proporzione minore rispetto agli uomini: ad esempio esistevano ricche mercantesse, che però dovevano utilizzare collaboratori maschi per poter trattare i propri affari. Durante il Seicento, poi, si nutrivano grandi paure nei confronti dell’universo femminile e le donne che decidevano di ribellarsi al potere dell’uomo e alle regole della società venivano accusate di essere delle streghe e condannate al rogo; e tale situazione durò anche per tutto il Settecento. Dopo la Rivoluzione francese fu grazie a Napoleone che la sfera dei diritti delle donne venne ampliata: venne così concesso loro di mantenere il proprio cognome, anche in caso di matrimonio, di esercitare autonomamente attività commerciali e fu abolita la disparità di trattamento nella divisione dell’eredità del patrimonio familiare.

  • Mondo Occidentale

Nel mondo occidentale tra fine Ottocento e inizio Novecento le rappresentanti del genere femminile iniziarono a far sentire la propria voce e a chiedere gli stessi diritti degli uomini. L’industrializzazione da parte sua contribuì al cambiamento: le donne cominciarono a lavorare e a capire di essere valide tanto quanto gli uomini, soprattutto durante le due guerre mondiali, quando dovettero sostituire nei loro compiti gli uomini, chiamati a combattere.

  • In Italia

Così in Italia nel 1946 arrivarono i primi riconoscimenti: le donne votarono per la prima volta, nel 1948 la Costituzione stabilì l’uguaglianza tra i sessi e nel 1975 una legge decretò la parità di diritti tra marito e moglie. La donna oggi è lavoratrice e cittadina, non può più quindi sottostare al potere dell’uomo e la sua forza lavoro, da sempre esistita nella storia, ma non sempre riconosciuta, oggi ha un importante peso in piena società industrializzata, soprattutto da un punto di vista economico e produttivo. La donna di oggi riesce ad essere lo specchio del passato, ma anche la proiezione nel futuro. La donna manager, la donna presidente del consiglio, la donna presidente della Repubblica, la donna presidente di Confindustria non sono però un risultato occasionale, ma il risultato di una guerra fatta di tante battaglie vinte e altrettante perse, ma che alla fine l’hanno portata, nel mondo occidentale, all’apice della piramide.

Tuttavia, ciò non è avvenuto nel mondo islamico, dove la condizione della donna musulmana è problematica. Alcune donne hanno ottenuto l’accesso alle massime cariche nell’amministrazione, ma in generale esse devono ancora affrontare l’autorità del padre, dei fratelli, del marito e sono considerate una tentazione diabolica per i credenti; il loro corpo è “motivo di vergogna” e va perciò velato. Nei paesi tradizionalisti le donne sono private persino dei fondamentali diritti umani e civili: non godono della libertà di spostamento, della libertà di espressione e di parola; non possono procedere negli studi né tanto meno fare carriera o ricoprire cariche o posizioni di responsabilità in campo civile o religioso. Non possono decidere il proprio destino né quello dei propri figli e sono totalmente sottomesse all’uomo. La strada verso la parità dei sessi rimane ancora lunga, tortuosa e difficile da percorrere. Tuttavia, i progressi fatti nel mondo occidentale lasciano ben sperare che un giorno la donna possa finalmente avere gli stessi diritti dell’uomo in tutto il mondo[1].


Come vivono le donne nel mondo

Joni Seager ha appena pubblicato un libro politico e militante intitolato: “L’Atlante delle donne” in cui racconta e mostra in più di 200 infografiche come vivono (o sono costrette a vivere) le donne nel mondo. Seager spiega il ruolo che lo Stato ha nel caratterizzare le vite delle donne non deve essere sottovalutato, poiché sono gli stati a stabilire i confini dei comportamenti accettati, l’accesso a sanità, istruzione, suffragio, diritti riproduttivi, protezione civile e sostenibilità ambientale. E si dice anche che «tutti gli stati sono patriarcali», in infiniti modi.

Un capitolo di tale libro si apre con la citazione dell’avvocata femminista Florynce Rae Kennedy: «Se la gravidanza fosse una questione maschile, l’aborto sarebbe un sacramento». Le decisioni sull’avere o meno figli, quanti averne, quando, come ottenere e utilizzare i contraccettivi e gestire le scelte riproduttive sono «cruciali nell’esistenza della maggioranza delle donne» e influenzano la loro libertà «in tutti gli altri ambiti».

In troppi casi queste scelte sono a loro negate o condizionate direttamente dalla disparità economica. Per quanto riguarda la contraccezione, l’Atlante spiega che 214 milioni di donne in età riproduttiva nei cosiddetti paesi in via di sviluppo vogliono evitare gravidanze, ma non utilizzano un metodo contraccettivo moderno (sterilizzazione, spirale, contraccettivi sottocutanei, iniettabili, orali, preservativi, d’emergenza); 155 milioni di donne non usano alcuna contraccezione, e 59 milioni si affidano a metodi tradizionali (monitoraggio del ciclo di fertilità, rimedi erboristici, coito interrotto, astinenza pianificata, che sono in assoluto i più rischiosi).

Seager affronta anche il tema delle molestie online, affermando che l’attivismo online, «può supportare e orientare l’azione sociale. I social media incrementano la solidarietà verso la comunità trans e il femminismo transnazionale. L’organizzazione online delle donne può aiutare i movimenti a superare i confini locali. In generale, quasi ovunque nel mondo, le donne sono più attive sui social rispetto agli uomini». Eppure, nei paesi a basso e medio reddito, il 52% degli uomini e il 59% delle donne non possiede un telefono cellulare, oltre al numero elevato di donne analfabete[2].

Infine, mette in evidenza come alle soglie del XXII secolo, nonostante le lotte sulla parità dei sessi, in molti stati le donne vengono sottopagate rispetto al medesimo lavoro svolto dagli uomini. Quindi viviamo in un’apparenza paritaria, che paritaria non è.

[1] https://scuola.repubblica.it/sicilia-messina-icfoscolo/2018/01/28/il-ruolo-della-donna-nella-societa-passato-e-presente/
[2] https://www.ilpost.it/2020/03/11/come-vivono-le-donne-nel-mondo/#steps_6

Articolo a cura di Avv. Michela Meo
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