Quando
il figlio diventa carnefice:
il caso Maso
Quando, poco dopo le 23 del
17 aprile 1991, Antonio Maso e Rosa Tessari rientrarono nella loro casa di
Montecchia di Crosara, non potevano immaginare che ad attenderli non ci fosse
la quiete della sera. A colpirli non fu un ladro, né un folle sconosciuto: fu
il loro figlio minore, Pietro, appena diciannovenne, aiutato da tre amici. Un
duplice omicidio brutale, premeditato, e soprattutto motivato da un movente che
sconvolse l’Italia: l’eredità.
Un delitto
simbolo del “profondo Nord”
Il caso Maso non fu solo un fatto di cronaca nera. Fu un terremoto
culturale. Accadde in un territorio ricco, industrializzato, apparentemente
immune al degrado sociale. Eppure proprio lì, nella provincia veneta, si stava
formando una nuova patologia sociale: la convinzione che denaro, successo e
apparenza valessero più dei legami familiari.
Il documento lo dice con chiarezza: «Denaro, successo, voglia di
apparire sono così diventate le parole d’ordine».
Un contesto in cui il desiderio di “una vita brillante” poteva trasformarsi in ossessione.
Un contesto in cui il desiderio di “una vita brillante” poteva trasformarsi in ossessione.
Il “Bar John”:
la culla del mito Maso
Pietro cresce in una famiglia benestante, amato e viziato, soprattutto
dalla madre che gli confeziona abiti su misura. Non eccelle a scuola, ma nel
microcosmo sociale del paese diventa presto un modello da imitare: vestiti
firmati, auto, ragazze. Il suo palcoscenico è il “Bar John”, luogo simbolo
della gioventù locale.
È lì che due dei futuri complici, Giorgio Carbongin e Paolo Cavazza, lo
eleggono a leader. Il documento racconta come Carbongin, in particolare, fosse «completamente
succube di Maso», tanto che le perizie diagnosticheranno un disturbo
dipendente di personalità.
La lunga
premeditazione
L’idea di uccidere i genitori nasce nel novembre 1990. Pietro lo ammetterà
senza esitazioni: «Mi è venuto in mente di condurre una vita brillante…
l’unica soluzione era avere subito l’eredità».
E non solo quella dei genitori: avrebbe voluto eliminare anche le sorelle e il cognato.
E non solo quella dei genitori: avrebbe voluto eliminare anche le sorelle e il cognato.
I tentativi falliti furono diversi: far esplodere la casa con bombole del
gas, assoldare un sicario, organizzare agguati improvvisati. Tutto fallisce, ma
non per mancanza di volontà: è la prova che non si trattò di un raptus, bensì
di una pianificazione fredda e reiterata.
Le perizie parleranno di disturbo narcisistico della personalità,
aggravato da un ambiente familiare che non aveva mai posto limiti alle sue
richieste.
La notte della
strage
Il 17 aprile 1991 è il giorno scelto. I genitori sono alla riunione
neocatecumenale, Pietro e i complici preparano la casa: svitano le lampadine,
indossano tute da lavoro, bevono per farsi coraggio. L’atmosfera è surreale:
Pietro scherza su discoteche e ragazze mentre attende il rientro dei genitori.
Alle 23:10 l’auto entra nel cortile.
Antonio Maso viene colpito alla testa con un tubo di ferro.
Rosa Tessari tenta di resistere, ma viene soffocata con una calza e una coperta.
Il padre, ancora vivo, viene finito con un cuscino.
Antonio Maso viene colpito alla testa con un tubo di ferro.
Rosa Tessari tenta di resistere, ma viene soffocata con una calza e una coperta.
Il padre, ancora vivo, viene finito con un cuscino.
Il documento riporta un dettaglio agghiacciante: «Ci sono voluti in
tutto cinquantadue minuti».
Il falso furto
e la discoteca
Il piano prevedeva di far sparire i corpi gettandoli da un precipizio, ma
nessuno dei ragazzi trova il coraggio. Optano allora per la messinscena del
furto finito male. Subito dopo, come se nulla fosse, tentano di entrare alla
discoteca “Berfi’s” di Verona. Non riescono: c’è una festa privata.
È uno dei particolari che più colpirono l’opinione pubblica: la leggerezza,
quasi la spavalderia, con cui i quattro cercarono di riprendere la loro serata.
L’alibi che
crolla in 48 ore
I carabinieri non credono alla versione del furto. Troppo sangue, troppa
violenza, troppi dettagli incoerenti. L’alibi dei ragazzi si sgretola
rapidamente. Due giorni dopo, tutti e quattro sono in manette.
Le perizie confermano la miscela esplosiva: narcisismo patologico da una
parte, dipendenza e immaturità dall’altra.
Condanne e
assenza di pentimento
Pietro Maso viene condannato a 30 anni.
Carbongin e Cavazza a 26.
Ma Carbongin è libero già nel 1999 per buona condotta.
Carbongin e Cavazza a 26.
Ma Carbongin è libero già nel 1999 per buona condotta.
Maso, invece, per anni non mostra alcun vero pentimento. Il documento
riporta una frase che fece scalpore:
«A un ragazzo che ha fatto una cazzata bisogna dare un’altra possibilità… voglio avere un figlio maschio e chiamarlo Pietro. Così ci sarà ancora un altro Pietro Maso».
«A un ragazzo che ha fatto una cazzata bisogna dare un’altra possibilità… voglio avere un figlio maschio e chiamarlo Pietro. Così ci sarà ancora un altro Pietro Maso».
Una dichiarazione che rivela una personalità ancora centrata su sé stessa,
incapace di cogliere la gravità del gesto.
Un caso che
continua a interrogare l’Italia
Il delitto Maso resta uno dei più emblematici della storia criminale
italiana. Non solo per la ferocia, ma per ciò che rappresenta: la frattura tra
tradizione e modernità, tra valori familiari e culto dell’apparenza, tra
benessere economico e vuoto emotivo.
È il simbolo di un’epoca in cui il denaro diventa identità, e l’identità
diventa spettacolo.
Un caso che, ancora oggi, ci costringe a chiederci quanto fragile possa
essere il confine tra desiderio e distruzione.