Crime - OGI

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Sezione Crime


IL CASO MINGUZZI
Dopo aver accompagnato a casa la fidanzata, la notte fra il 20 e il 21 aprile del 1987 scomparve senza lasciare traccia. Pier Paolo Minguzzi, ex carabiniere di leva a Mesola, il cui corpo ritrovato senza vita era stato incatenato lungo il ramo del Po di Volano nell’aprile del 1987. Giovane studente universitario proveniente da una famiglia di imprenditori di Alfonsine, al rapimento del Minguzzi venne chiesto un riscatto di trecento milioni di lire alla famiglia. La sua autovettura fu rinvenuta regolarmente parcheggiata l’indomani mattina in una via del centro di Alfonsine. E fu il 1° maggio il giorno del ritrovamento lungo le rive del fiume in provincia di Ferrara di quel corpo legato ad una inferriata del peso di sedici chilogrammi in quell’anno di fine anni Ottanta. Le indagini dell’epoca furono condotte in fretta e il caso non fu mai risolto. Un fascicolo contro ignoti rimasto per anni a ingiallire.

Con provvedimento del Procuratore della Repubblica, su richiesta della famiglia della vittima le indagini invece sono state riaperte sul finire del 2017. Ed è stata proprio la squadra mobile di Ravenna, con la collaborazione del Servizio Centrale Operativo di Roma, a riaprire la minuziosa analisi degli atti e l’escussione di varie persone informate sui fatti, anche in relazione ad un analogo grave accadimento, avvenuto circa tre mesi dopo la scomparsa del Minguzzi nella medesima cittadina: tre indagati in un’estorsione ai danni di un altro noto imprenditore dell’ortofrutta Roberto Contarinie, che ebbe come epilogo la morte di un giovane carabiniere del luogo il ventitreenne Sebastiano Vetrano. Per quel delitto la banda fu catturata e condannata. Oggi la Procura della Repubblica è convinta che tre mesi prima, gli stessi avessero rapito e ucciso Pier Paolo Minguzzi sempre con lo scopo di estorsione.

Insomma, oggi a distanza di molti anni si evidenziano significativi elementi comuni tra i due gravi fatti delittuosi e la sussistenza di un importante quadro indiziario nei confronti dei tre indagati, motivi che hanno determinato l’Autorità Giudiziaria inquirente a procedere nei loro confronti. Nel mese di giugno dello scorso anno 2020 si riaprono dunque verità nascoste e rimaste nell’oblio di molti italiani. Un cold case che, rimasto irrisolto per ben trentatré anni, riapre definitivamente le indagini dal 2018 grazie al procuratore di Ravenna Alessandro Mancini ed al Pm Marilù Guattelli che, in virtù di attente analisi, hanno portato ad una svolta che conduce oggi a giudizio altre maschere che si celano dietro questo caso. Sono l’idraulico sessantatreenne Alfredo Tarroni, residente ad Alfonsine e due ex carabinieri, il cinquantacinquenne Orazio Tasca di Gela e Angelo Del Dotto di cinquantasei anni, originario di Ascoli Piceno e residente ad Alfonsine. Secondo gli investigatori che sono arrivati a dare un volto ai presunti responsabili dopo un trentennio, la vittima prima sarebbe stata uccisa e poi in un secondo momento gettata nel fiume. Un carabiniere di leva facente parte di una famiglia di imprenditori del settore dell’allevamento. I tre imputati che hanno sempre negato un loro coinvolgimento, sono peraltro condannati per un fatto analogo, successivo di soli tre mesi al rapimento Minguzzi, che vede anche in questo caso un sequestro di persona e il riscatto ad una famiglia di imprenditori del posto. I tre dovranno rispondere di sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere in concorso, secondo la ricostruzione degli inquirenti. I delinquenti fecero scoppiare un conflitto a fuoco in cui il giovane militare finì sotto i colpi della banda. Ma è durante una telefonata alla famiglia Minguzzi, in base ai riscontri degli inquirenti, che il Tasca si sarebbe tradito, pronunciando prima il cognome della famiglia che sarebbe stata colpita tre mesi dopo. Resta chiaro che secondo le accuse, dunque, che dietro ai due sequestri ci sarebbero state sempre le stesse mani sporche di sangue.

Ebbene non ci sono richieste pressanti col fine di avere risposte ormai ora che risulta tutto più chiaro, bensì soltanto il grido silenzioso e soffocato di una famiglia che per decenni, ancor prima della risposta giudiziaria, ha richiesto un po’ di verità. Un bisogno logico prima ancora che morale, per cui la Giustizia in questo seguirà il suo delicatissimo e mirabile obiettivo.

Articolo a cura di Dottoressa Maria Araceli Meluzzi
LA CASA ‘AMARILLO’
Si consuma a Mazara del Vallo un altro brutale omicidio. Giancarlo Prati, noto attore romano e Luca Coppola, celebre regista milanese, hanno perso la vita a seguito di colpi d’arma da fuoco e bastonate. Il Tenente dei Carabinieri: “Non abbiamo mai smesso di indagare su questo duplice omicidio siamo sempre stati convinti della responsabilità di Ferrara e del tunisino, adesso abbiamo anche le prove”.

Era il 21 luglio 1988 quando un ufficiale della Capitaneria di porto di Mazara del Vallo, alle ore 08.00 telefonò ai Carabinieri riferendo la notizia di reato: in località Contrada Capo Feto, a poche centinaia di metri dal metanodotto (che porta in Sicilia il gas algerino), giacevano due corpi attinti da diversi colpi d’arma da fuoco. Quando i Carabinieri giunsero sul posto, si trovarono di fronte ai corpi senza vita di due uomini deceduti quasi sicuramente perché fatti segno da diversi colpi d’arma da fuoco dopo essere stati massacrati probabilmente con un bastone. Gli stessi giacevano ad una quarantina di metri circa dall’arenile. Non lontano dai cadaveri vi era una Fiat Panda di colore verde (con sportelli chiusi, finestrini aperti) targata Roma – quasi sicuramente di pertinenza degli stessi. Sul posto, nel corso del sopralluogo non furono rinvenuti bossoli e questo importante indizio fece comprendere subito che i killer avevano fatto fuoco sulle ignare vittime per ben otto volte utilizzando più revolver – successivamente si stabilirà che il primo a cadere sotto i colpi degli assassini fu Giancarlo Prati, sul quale fecero fuoco due volte e Luca Coppola il quale, nel disperato tentativo di fuggire, venne ucciso con sei colpi di pistola.

Ma come mai gli assalitori armati, avrebbero voluto usare anche spranga e bastone per colpirli?

Su entrambi i cadaveri non furono rinvenute le chiavi di casa e in particolare al Prati vennero sottratte anche quelle dell’auto con relativi documenti. Dal sopralluogo non emersero ulteriori tracce o indizi che conducessero agli autori dell’insano gesto tanto che gli inquirenti iniziarono anche a vagliare l’ipotesi che gli assassini avessero fatto perdere le loro tracce ‘via mare’.

Quando un ulteriore dubbio investigativo assalì gli inquirenti…

Chi erano le due vittime? Da dove venivano? Perché erano stati uccisi?

Dalla targa della Fiat Panda, gli inquirenti giunsero all’identificazione del proprietario: era del quarantacinquenne Giancarlo Prati, stimatissimo attore romano di fama internazionale, amico inseparabile del trentunenne regista teatrale Luca Coppola (nato a Bombay e residente a Milano), con il quale era legato anche sentimentalmente. Sulla scena del crimine, vennero rinvenuti gli occhiali in tartaruga nera ed un portafogli in pelle marrone (contenente vari biglietti da visita e una ricevuta di una carta di credito relativa al conto dell’albergo “Villa Igiea” pagato il 20 luglio da Giovanna Di Bernardo titolare di carta di credito Visa- attrice e collaboratrice Rai a New York – per un importo di un milione e 57 mila lire; la carta d’identità ed il tesserino dell’ordine dei giornalisti della Lombardia) del Coppola. Nel pomeriggio dello stesso giorno gli inquirenti, tornarono nuovamente ad ispezionare la scena del crimine e li trovarono coperto dalla sabbia, un bloccasterzo, probabilmente usato o dalle vittime nel tentativo estremo di scampare da quella mattanza o da parte degli assassini per iniziare il pestaggio degli stessi finito poi con la loro uccisione a colpi d’arma da fuoco – secondo gli studi balistici, gli assassini erano almeno due e avevano colpito le loro vittime con parecchie bastonate prima che sopraggiungesse la morte.  Il medico legale Michele Marino esaminando le ecchimosi e gli ematomi a 12 ore dal decesso avvenuto quindi intorno alle 03.00 nella notte tra il 20 e il 21 Luglio, notò escoriazioni sulle nocche di entrambe le vittime – segno evidente che i due avevano dato dei pugni.

Nel corso delle indagini, però, i Carabinieri, avendo anche un più ampio quadro sulle vittime, iniziarono a indagare sul Prati, del quale si seppe, durante lo svolgimento delle indagini, che era solito muoversi sempre con una borsa di tela scura all’interno della quale erano contenuti appunti, relazioni e progetti, oltre a pertinenze personali – ma chissà cos’altro conteneva di così importante per essere stata asportata…

Sul posto non fu rinvenuto nulla che lo riguardasse.

La loro presenza in quel luogo, però, non poteva essere occasionale. Troppi dati testimoniali e spunti investigativi sembravo convergere su un’unica ipotesi: probabilmente i due conoscevano i loro carnefici! Questo avrebbe giustificato la loro presenza in quel posto solitamente meta di coppie o di tossicodipendenti, difatti l’intera area fu trovata disseminata di siringhe e profilattici. Secondo alcune dichiarazioni rilasciate dagli amici delle vittime, i due giovani erano riservati, schivi ma al tempo stesso solari e gentili con tutti; non sarebbero mai andati in un luogo del genere di loro spontanea volontà ma soprattutto non si sarebbero mai prestati ad assecondare qualsiasi situazione minimamente dubbiosa.

L’insolita presenza sull’isola

I genitori di Luca Prati riferirono agli inquirenti che il figlio viveva da tre mesi in Sicilia ma loro non erano a conoscenza del dove. La stessa sera del rinvenimento dei corpi, i Carabinieri, nel corso dell’immediatezza delle indagini, vennero a conoscenza che le vittime alloggiavano in località Tre Fontane (borgata marinara che dista da Mazara del Vallo circa 20 km) in una casetta gialla ad un piano (abitazione formata da due stanze, un cucinino ed un bagno). L’abitazione era stata data in fitto al Prati il 2 luglio dal sign. Antonio Pernice, al quale il Prati  riferì che ogni sera  lavorava  al Gibellina ( A Gibellina, la “Fondazione Orestiadi”  organizza ogni anno le Orestiadi. Festival internazionale con manifestazioni, anche realizzate e autoprodotte, che vanno dalle rappresentazioni teatrali a quelle musicali, dalla pittura alla scultura, al cinema) e che era solito rincasare a tarda sera – comunque l’alloggio era per il Prati solo una situazione temporanea, poteva disporre dello stesso fino all’inizio del mese di agosto.

La perquisizione del domicilio e l’interrogatorio ai vicini di casa

I Carabinieri, portatisi sul posto, decisero di entrare all’interno dell’alloggio; la porta d’ingresso risultò chiusa regolarmente (tanto che per entrare gli investigatori dovettero rompere il vetro di un finestra), l’intero ambiente domestico fu trovato nel massimo disordine – cosa che risultò molto strana agli amici che li descrivevano come due ragazzi molto attenti e precisi – lasciando intendere che quel disordine era stato verosimilmente provocato da qualcuno arrivato li prima degli inquirenti e cosa ancora più strana, sia in casa che nell’auto, gli inquirenti, pur riscontrando la presenza di diverse audiocassette, non rinvennero alcuno stereo o autoradio. La perquisizione, non fornì alcun risultato; certo però era che chi li aveva preceduti, non era stato lì alla ricerca di soldi perché, accanto ad una finestra, c’era una calza di nylon con tre pezzi da centomila lire e quattro da cinquanta.

La prima mossa degli investigatori fu quella di cercare altre informazioni dagli occupanti di una villetta in pietra grezza che fiancheggiava l’abitazione delle vittime. I Carabinieri chiesero notizie alle due coppie di ragazzi che vi abitavano ma quest’ultimi descrissero le vittime come due ragazzi gentili e riservati – dissero che nel corso della settimana avevano ricevuto due visite e con precisione specificarono che la prima visita era stata quella di tale Giuseppe Occhipinti, giornalista di una emittente televisiva privata “Tele Scirocco” di Trapani; la seconda, invece, era una donna che aveva con se un bambino molto piccolo: Giovanna di Bernardo la quale aveva riferito loro di aver lavorato alcuni anni alla RAI di New York e che in quella occasione era lì per le vacanze. Elegante signora di 39 anni, molto vicina a Giancarlo Prati sin dal 1970, da quando cioè aveva lavorato con lui in alcuni teatri a Roma. Anch’ella figlia d’arte, sposata con un miliardario americano. Secondo quanto ricostruito dai giornali dell’epoca, il 16 luglio la donna era giunta a Mazara unitamente alla madre Paola Veneroni (attrice e doppiatrice italiana di successo cl.’22) e con il figlio Morgan O’ Hara di 8 anni. I tre dormirono all’Hopps Hotel di Mazara nei giorni 16, 17 e 18 luglio ripartendo il 19 – così fu riscontrato dai registri della struttura- per Palermo ove alloggiarono presso l’Hotel Igiea; ‘qualcuno’ asserì che con loro ci fosse, oltre a Giancarlo Prati, anche Luca Coppola ma sui registri di Villa Igiea il nome di Luca Coppola non figurava.

Il giorno 20 alle ore 19.10 la donna, unitamente alla madre ed al figlioletto, a Punta Raisi presero posto sull’aereo che li condusse a Roma. Poco dopo la partenza, Giancarlo Prati contattò telefonicamente un amico presso la Capitale, Massimo Popolizio, al quale riferì della partenza di Giovanna invitandolo a raggiungerlo in quel posto paradisiaco – la conversazione pare avvenne anche con toni scherzosi.

Un turning point investigativo

Solo il 17 agosto gli inquirenti, perseguendo la pista di un incontro erotico a pagamento (un’ulteriore ipotesi di omicidio) trassero in arresto cinque persone, due delle quali con l’imputazione di omicidio preterintenzionale e rapina, le restanti tre per favoreggiamento. Del delitto furono ritenuti responsabili un pregiudicato venticinquenne del posto, Vincenzo Ferrara ed un ventiduenne tunisino Borgi Abderrazan Ben Hamoud conosciuto come “Filippo” – i quattro sì erano conosciuti qualche giorno prima in piazza Mokarta, a Mazara, luogo di ritrovo di rapinatori e spacciatori di droga. Secondo la ricostruzione degli investigatori, le due vittime dopo aver cenato in casa, poco dopo la mezzanotte, si recarono a Mazara del Vallo innanzi al bar Delizia in piazza Mokarta e da quel sito contattarono telefonicamente Giovanna Di Bernardi, amica di Giancarlo Prati. Alla donna, Prati, disse che era sua intenzione recarsi a Capo Feto dove avrebbe incontrato due persone; e effettivamente i due all’una di notte – secondo il dato testimoniale rilasciato da due ragazzi che erano seduti alle loro spalle – furono visti seduti. Poi però l’attore e il regista andarono via…

Secondo i Carabinieri le due persone con cui dovevano incontrarsi le vittime erano proprio il Ferrara e il suo complice tunisino(le indagini definirono meglio il ruolo degli stessi che risultarono far parte di una gang di pregiudicati che dietro il pagamento di grosse cifre offrivano la loro compagnia agli omosessuali). I due attori, verosimilmente dopo aver pattuito in precedenza il prezzo di quell’incontro, al loro arrivo trovarono invece ad attenderli i loro carnefici, i quali, armi in pugno, tentarono di rapinarli e dopo una violenta colluttazione li uccisero facendo fuoco a più riprese su di loro, fuggendo successivamente ripercorrendo il lungomare. Le perquisizioni effettuate dagli investigatori permisero di recuperare presso l’abitazione di uno degli indagati, un’arma uguale a quella utilizzata nel delitto, una Smith & Wesson cal. 38 (arma trovata presso un’abitazione sita al civico 8 di Via San Giovanni, di pertinenza di tale Zaouali Bannaur, tunisino ventiquattrenne. Nell’occasione oltre all’arma, vennero rinvenuti alcuni soprammobili in argento, oggetti d’oro e gioielli nonché una scimitarra; ma prima dell’irruzione, uno dei sospettati, riuscì a fuggire).

Al termine delle attività d’indagine, il Tenente Ceri dei Carabinieri di Mazara in un’intervista ritenne chiuse le indagini e assicurati i suddetti alla giustizia il caso si ritenne concluso.

Articolo a cura di Dr. Salvatore Aiezza e Dr.ssa Maria Gabriella Salomone
Immagine dal web
Il mistero della Villa Monzese: il caso Lamaj
Un’indagine che pareva non avesse più nulla da dire lasciando un caso irrisolto in quello che figurava essere un perfetto ‘cold case’, rimasto tuttavia aperto in attesa della scoperta di nuove prove.

Come nei migliori racconti di Edgar Allan Poe, il cadavere era stato ritrovato murato nella parete di un’abitazione in una cavità nella parete in una dépendance del residence “Villa degli Occhi” a Senago, in provincia di Milano, esattamente sette anni fa. Ma non si tratta dell’immaginazione della trama di un racconto dell’orrore, bensì della storia di un uomo scomparso da Genova nel gennaio del 2013.

Durante questi anni di indagini, le voci circa il ritrovamento di ossa umane in una parete del signorile complesso residenziale, hanno turbato gli inquilini sin dalle prime ore di ricerca. L’imponente villa storica rimasta per anni disabitata, immersa nel verde del monzese, è stata scenario di analisi ed esami da parte dei Carabinieri del Nucleo investigativo di Monza che hanno continuato il loro lavoro per ricostruire quanto accaduto alla vittima. Per risalire alle cause del suo decesso sono stati necessari gli interventi di esperti forensi e medici legali e solo lo scorso anno, dopo aver sapientemente rimesso insieme le ossa rinvenute, nonostante i segni mitigati dal tempo, si è riusciti a risalire all’identità della vittima.

Stando a quanto aveva già confermato il Nucleo Investigativo di Monza dalla sua identificazione, la vittima Astrid Lamaj, quarantunenne di origine albanese, sarebbe stata prima uccisa e poi sepolta. Solo qualche tempo dopo sarebbe stato murato nella parete di una delle stanze della villa settecentesca trasformata oggi in residence di lusso. Dai capi di abbigliamento nonché dai resti ossei si è potuta analizzare la compatibilità con il profilo dello straniero dal momento della sua scomparsa alla datazione del decesso. Un’esecuzione commessa probabilmente in Brianza, prima che il corpo venisse trasportato a Senago, dove del Lamaj sono risultati esistere alcuni precedenti in materia di stupefacenti.

L’evento scatenante, dunque, ha fatto pensare immediatamente ad un regolamento di conti e la frequentazione della vittima con certi ambienti criminali, hanno effettivamente confermato quanto era stato supposto dagli inquirenti. Ma ricostruire ogni singolo luogo e ogni ultimo tempo trascorso da Astrid non è stato così semplice; anche se la capacità di intuito e uno spirito di osservazione acuto hanno portato gli inquirenti ad un esito davvero sorprendente, grazie anche a quella condotta operativa di valutazione capace di formare una reale coscienza investigativa. L’ultimo avvistamento dell’uomo rimanderebbe ad una sua apparizione nei dintorni di Monza, ma inizialmente tutto poteva essere a distanza di anni. In casi come questo, la ricostruzione di ogni minimo particolare nonché la ripresa di indagini anche ormai datate, se si immagina di considerare il momento della scomparsa sino a quello di una morte presunta, spesso costituisce la prova più autentica e necessaria per gli investigatori nel presentare un lavoro assiduo e continuo che non lasci nulla di carente.

L’elemento di svolta in queste indagini è stato, infatti, dato soltanto dalla meticolosità di coloro che hanno indagato affinché si potesse così rimediare ad un caso che sarebbe potuto rimanere per sempre irrisolto. Il procedimento di inferenza delle caratteristiche, in questo caso, di un ipotetico autore di reato in virtù dell’analisi dei resti ritrovati è senza dubbio il punto di partenza. Questo ovviamente vale per qualsiasi caso di cronaca cui si voglia dar lettura, da qualsivoglia scena del crimine giacché spesso ci si ritrova di fronte ad una scena che parla da sola.

Questa volta, però, la luce sul temibile delitto in questione si riaccende nell’ottobre del 2018, quando un pentito arrestato nell’ambito di un’inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta aveva confessato di aver partecipato alla realizzazione di un omicidio avvenuto il 15 gennaio del 2013 a Muggiò, proprio infatti nella provincia di Monza e Brianza. Lo stesso collaboratore di giustizia aveva spiegato che il corpo della vittima era stato nascosto dietro il muro di una villa di Senago, dove in quel periodo lui lavorava come manovale per una ditta che stava compiendo alcuni lavori di ristrutturazione. Ed è per questo che, grazie al coordinamento della Procura di Monza, gli investigatori avevano iniziato tutti gli accertamenti sino a recuperare il corpo indentificandolo nel gennaio 2019 con il profilo del Lamaj. Insomma, oggi una commerciante di gioielli di Genova è ritenuta essere la mandante e quattro uomini accusati di essere gli esecutori materiali a vario titolo per omicidio premeditato e occultamento e distruzione di cadavere, di cui uno di essi avrebbe preso parte soltanto alle fasi successive aiutando i complici a far sparire il corpo; tutti inseriti in un quadro di traffico di stupefacenti a livello nazionale.

Insomma, al di là degli esiti giudiziari, indubbiamente resta altresì chiaro che in questo particolare caso la sistematizzazione dei contributi che la psicologia forense ha potuto fornire all’investigazione criminale, attraverso un attento sguardo sia alle dinamiche delittuose sia a quelle dedite esclusivamente al modus operandi di un offender organizzato in squadra, ci conferma della provenienza dal mondo della malavita e dello spaccio di stupefacenti. Lo spaventoso mercato di origine mafiosa e criminale che si nasconde dietro il mondo delle droghe si propone così di alimentare drammaticamente un vero e proprio circuito di morte, dove molto probabilmente è finita la vittima di questo delitto ben architettato.

Articolo a cura di Dr.ssa Maria Araceli Meluzzi.
Fotografia a cura di Dr.ssa Eleana Zaza
L’INFERMIERE DI SATANA
Il 9 marzo 1995 la Corte di Assise di Frosinone emette sentenza nei confronti di Alfonso De Martino dichiarandolo colpevole  per aver provocato, attraverso avvelenamento, la morte di  quattro pazienti dell’ospedale di Albano con flebo al curaro. L’infermiere di Satana, così come fu definito dall’opinione pubblica, fu condannato all’ergastolo, ad un anno di isolamento e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Alfonso de Martino, nato a Salerno nel 1941, svolse per 20 anni la professione di infermiere ma solo nel 1993, presso l’ospedale di Albano, all’interno del quale lavorava, iniziò a raggiungere l’apice della sua carriera. Uomo sposato, padre di due figli e un diligente infermiere, sempre dedito al lavoro e con una forte predisposizione nell’affrontare i doppi turni. Noto nell’ambito lavorativo per la sua disponibilità, il De Martino era conosciuto come un uomo affidabile ma la sua vera identità di assassino ben riusciva a celarla dietro quegli abiti bianchi, tipici della sua professione. C’era però un tratto della sua personalità che spaventava e incuteva a tutti terrore : amava prevedere la morte dai suoi pazienti e raramente sbagliava.

Il suo percorso omicidiario iniziò il 17 febbraio del 1993,presso l’ospedale di Albano. La Dott.ssa Cinzia Vercelloni, dietista della struttura,  vide armeggiare il De Martino con una flebo in modo alquanto insolito accanto ad uno dei suoi pazienti:  Enrico Tabacchiera, ricoverato in struttura per un cancro al cervello, dopo pochi minuti dalla flebo somministratagli, perse la vita.  L’infermiere, con una siringa, estrasse da un flaconcino una sostanza di color azzurro e la iniettò nelle vene del paziente. A distanza di mezz’ora da quella apparente morte naturale, la stessa sorte toccò anche a Ludovico Moretti, anch’esso ricoverato in struttura, sofferente di crisi epilettiche e che fu affidato all’infermiere per specifiche terapie. Durate lo stesso giorno nell’ospedale di Albano persero la vita due persone e chi per prima diede l’allarme dinanzi a quelle morti inspiegabili, fu proprio la Dott.ssa  Vercelloni. Fu avvisato il primario del reparto riguardo le sospetti morti dei due pazienti il quale, con l’aiuto di altri due medici, prelevarono le flebo – che avrebbero dovuto essere la prova della sua colpevolezza – e il giorno seguente denunciarono il tutto alla polizia.

L’inizio delle indagini

Il caso venne assegnato al Dott. Adriano Iasillo, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Velletri, il quale, per le indagini sul caso, delegò gli agenti del Commissariato di Albano. Le flebo sequestrate a seguito del decesso di Enrico Tabacchiera e di Ludovico Moretti furono periziate e dalle analisi emerse che quanto in esse contenuto corrispondeva ad un composto formato da: Pavulon (anestetico miorilassante) e Citrosil (disinfettante). Le indagini continuarono con una perquisizione presso l’abitazione del De Martino, all’interno della quale, però, non furono trovati particolari indizi per la ricostruzione del suo movente né  tanto meno si riuscì a delineare, dagli oggetti trovati in casa, un suo profilo omicidiario. Ciò che però destò particolari sospetti fu il ritrovamento di un biglietto da visita di un’agenzia funebre, con la quale si accertò avere un rapporto esclusivo. Le ricerche furono poi indirizzate verso la sua autovettura; a seguito di una ulteriore perquisizione, ciò che colpì gli inquirenti fu il ritrovamento di  numerosissimi medicinali sottratti all’Ente Ospedaliero in cui lavorava, per un valore di decine di milioni. Gli operatori accertarono inoltre  come i decessi nella struttura subirono un netto incremento durante il turno ospedaliero di Alfonso De Martino.

L’arresto

Il 26 giugno 1993, Alfonso De Martino, al termine del suo turno di lavoro presso l’ospedale San Giuseppe di Albano fu tratto in arresto dagli uomini della Polizia che lo accusarono di omicidio plurimo e peculato. Il sospetto degli investigatori si concentrava soprattutto negli anni tra il 1990-1993, in cui credevano che lo stesso De Martino avesse avvelenato quattro degenti : Enrico Tabacchiera 41 anni e Ludovico Moretti 70 anni – deceduti il 17 febbraio del ’93 -, Candido Caporicci 68 anni – deceduto nel ’91 – e Albertina Zampetti 59 anni – deceduta nel ’90 ; tutte morti, apparentemente, causate per soffocamento e asfissia. Solo la riesumazione delle loro salme rivelò che la causa del decesso fu relativa ad iniezioni di Pavulon, un farmaco a base di curaro: ormai noto modus operandi dell’infermiere che  restò infatti invariato con tutti i suoi pazienti.

Un’insolita  pista investigativa

Gli inquirenti che si occuparono della ricostruzione degli omicidi seguirono una prima pista investigativa, quella economica: De Martino avrebbe potuto riscuotere una tangente su ogni decesso operato e successivamente segnalato all’agenzia di pompe funebri, da lui molto conosciuta. A supporto di questo possibile movente economico però, non furono trovate prove, eccetto l’incriminazione del titolare della ditta per falsa testimonianza.

Dopo circa un anno dall’arresto del De Martino, gli inquirenti iniziarono a vagliare un’ulteriore ipotesi che avesse potuto spingere l’infermiere alla commissione di quei quattro delitti : la pista satanica. Fu lo stesso De Martino a fornire questo spunto investigativo, data la sua propensione nell’indossare ciondoli e anelli a forma di teschio e raffiguranti il demonio ma dalle indagini, gli inquirenti dimostrarono che l’infermiere aveva solo una volta ordinato  oggetti di questo tipo presso un orefice sito nel suo stesso luogo d’origine. I sospetti sulla sua possibile venerazione al demonio furono infatti subito superati con ulteriori accertamenti e difatti , si rivelarono essere non proficui e determinanti per le indagini. A sostegno della tesi, ormai superata degli inquirenti, il tribunale di Velletri incaricò l’antropologo Alfonso Maria Di Nola, titolare della cattedra di storia delle religioni ed antropologia presso la Terza Università di Roma, in qualità di studioso delle varie forme di pratiche magiche conosciute sin dall’antichità,  il quale escluse che i gioielli con cui il De Martino era solito adornarsi, potessero ricondurlo ad una qualche setta o gruppo demoniaco.

Per tutto il corso del processo, Alfonso De Martino si dichiarò innocente asserendo che addirittura la stampa lo avesse ingiustamente colpevolizzato. Si disse disposto a sottoporsi al siero della verità giurando davanti al Signore di non aver mai ucciso nessuno in vita sua; e nonostante avessero escluso la sua appartenenza ad una qualsivoglia  setta satanica e la sua propensione al culto demoniaco, quel processo venne definito “maledetto” : nel corso dello stesso si ammalarono un avvocato e un caposcorta, due testimoni furono colpiti da un grave malore improvviso e restarono assenti per settimane, un perito ed un cronista rischiarono la vita in due diversi incidenti stradali.

Articolo a cura di Dr. Salvatore Aiezza e Dr.ssa Maria Gabriella Salomone
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