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Sezione Law


20 Febbraio 2021:
Un Sabato (non) come un altro
La Giornata Internazionale della Giustizia Sociale nell’ attuale
contesto delle relazioni sociali post-pandemia.
Tra i diritti costituenti la dignità sociale di un individuo, uno dei maggiormente inficiati dal dilagare del Covid-19 risulta essere il diritto al lavoro, qui analizzato nella declinazione dell’uguaglianza di genere, da anni ricercata e tutt’ora anelante concrete misure di attuazione.
Il 20 febbraio non è una data qualunque del calendario, non a partire dalla sessantatreesima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite quando, in forza della risoluzione A/RES/62/10, l’ONU ha indetto la Giornata Internazionale della Giustizia Sociale, quest’anno dedicata al tema “A call for Social Justice in the Digital Economy”.
Ma cosa significa ‘giustizia sociale’? Stando a quanto definito, l’accezione di giustizia è di “virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge”( def. enc. Treccani) In breve, la giustizia sociale consiste nell’impegno della società ad elidere le barriere tra l’essere umano e l’effettivo godimenti dei diritti riconosciutigli dall’ordinamento giuridico. Ed è un impegno pratico che rientra tra i Principi Fondamentali della Costituzione del nostro Paese, il quale assume il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. (Articolo 3)

L’impatto pandemico su ostacoli non del tutto rimossi: l’occupazione femminile
La disposizione demanda la rimozione di quegli ostacoli che ledono la dignità sociale dei consociati, per legge pari indipendentemente dal genere in cui essi si riconoscano, dal colore della loro pelle, dalla lingua madre, dalle loro opinioni e dalle condizioni personali e sociali in cui si trovino a vivere. Ostacoli che la Repubblica Italiana si è impegnata ad eliminare fornendo, in linea di principio, ad ognuno mezzi per colmare o quanto meno ridurre lo svantaggio sociale di partenza. Almeno fino al dilagare di una pandemia. L’epidemia di SARS-CoV-2 ha infatti agito come una livella nei confronti di quei mezzi, annullando in molti ambiti i progressi sociali fino ad allora raggiunti, con strascichi destinati a permanere potenzialmente più a lungo del virus stesso.
A titolo esemplificativo, si volga lo sguardo all’uguaglianza di genere. Di certo non una questione salita di recente agli onori della cronaca, basti pensare al Premio Nobel per la fisica (1903) e per la chimica (1911) Marie Skłodowska, meglio nota con il cognome del marito Pierre Curie. Nonostante sia passato un secolo, la parità di genere nel lavoro e nella retribuzione risulta tuttora distante e lo era già all’alba dello scorso marzo. Con la pandemia, quelle diseguaglianze sono andate accentuandosi, come provato dalle statistiche riportate nel focus “Ripartire dalla risorsa donna” della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, secondo le quali il 55.9% dei posti di lavoro persi nel primo trimestre di pandemia sarebbe di genere femminile (percentuale che tende quasi al raddoppio nelle rilevazioni ISTAT di fine anno 2020). Tra le motivazioni addotte, vi sarebbe l’intrinseca impossibilità di garantire il lavoro da casa per professioni generalmente a maggior impiego femminile, nonché la contrazione delle occupazioni a termine, anch’esse con netta prevalenza di lavoratrici su lavoratori. Altro dato allarmante è poi l’incremento della quota di forza lavoro femminile inattiva, ossia “volontariamente” fuori dal mercato del lavoro. Una delle ragioni d’essere di tale inattività sembra da ricondursi alla necessità – nei contesti più tradizionali e conservatori riservata proprio alle donne – di far fronte ad un carico domestico aggravato dalla gestione del confinamento familiare e della didattica a distanza degli eventuali figli.

Gli effetti collaterali dell’ingiustizia sociale
Per quanto innegabile sia la generale flessione dell’intera economia nazionale, a fronte di un diritto unitario, quale quello al lavoro, che permea la Carta costituzionale, gli effetti sortiti dal fattore Covid-19 sono stati invece differenziati. Lavoro che, oltre a “nobilitare” l’essere umano, fornisce nel quotidiano i mezzi di sussistenza essenziali, in primis un domicilio e un piatto in tavola, ma non solo. Accanto al SARS-CoV-2, infatti, ha dilagato quella che le stesse Nazioni Unite hanno definito “pandemia ombra”, fatta di un aumento esponenziale dei casi di violenza di genere, sovente perpetrati proprio all’interno delle mura domestiche nelle quali il Covid ha confinato la popolazione, cui non ha tuttavia seguito un atteso corrispondente incremento delle denunce di reati spia (addirittura le denunce per il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi ha subìto un’inflessione di oltre il 5%), imputabile alla difficoltà delle vittime di allontanarsi, fisicamente e purtroppo troppo spesso economicamente, dai loro carnefici.
Abbattere gli effetti collaterali delle diseguaglianze sociali è un ordine del giorno quanto mai pressante ed al quale contribuiscono, oggi più che mai, iniziative come la Giornata Internazionale della Giustizia Sociale

Articolo a cura di Dr. Salvatore Aiezza e Dr.ssa Rossella Maria Landi
Fotografia a cura di Dr.ssa Eleana Zaza
IL DIRITTO ALLO SVAGO E AL RIPOSO: FONDAMENTALI
PER RIGENERARE SE STESSI E PER “CRESCERE”
INTERVISTA AL DOTT. NICOLA GRAZIANO
Nicola Graziano, un magistrato con una spiccata vocazione sociale che utilizza la toga per dare un contributo alla società, oltre le aule di tribunale, parla dei Diritti Umani e del diritto allo svago.

I diritti umani costituiscono un vero e proprio patrimonio inalienabile di cui ciascun individuo gode per il semplice fatto di essere nato umano. Assunti universali, diritti antropologicamente rilevanti poiché fanno riferimento a parametri o a bisogni a cui non è davvero possibile rinunciare.

La DUDU, (acronimo della Dichiarazione Universale dei Diritti umani) nasce  il 10 dicembre  del 1948 edè composta da  trenta articoli che ruotano intorno a  quattro pilastri:  dignità, libertà, uguaglianza e fratellanza. Tale codificazione ha condensato in un vero e proprio lavoro di sintesi, un percorso evolutivo di consapevolezza, in cui i diritti degli esseri umani hanno via via assunto, in base ai tempi e ai luoghi, dimensioni sempre più chiare e definite. Nel  1789 infatti, nasce in Francia e a seguito della rivoluzione francese, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Molte delle libertà fortemente sentite dal popolo francese oppresso dall’ingerenza dei poteri forti hanno ispirato l’ attuale convenzione, ma il vero e proprio motore che ha spinto tutti i paesi firmatari (all’epoca quarantotto) a votare favorevolmente per stabilire principi fondamentali e irrinunciabili, fu la tragedia della seconda guerra mondiale, che calpestò i diritti e la dignità di milioni di persone divenendo uno dei periodi più bui della storia. La Dudu, pur non essendo giuridicamente vincolante, segna un momento moralmente fondamentale della storia dell’uomo: rappresenta un punto di rottura con il passato e  la fa assurgere a modello di riferimento per suggellare nuovi accordi internazionali e stipulare altri trattati.

Eleonor Roosvelt, attivista e first lady statunitense  (1884-1962) fu fra i primi sostenitori della necessità di un’azione concreta volta a tutelare la dignità e la libertà degli esseri umani. La Roosvelt affermava come: “ i diritti umani iniziano nei piccoli luoghi, vicino casa, così vicini e così piccoli che non possono essere visti su nessuna mappa del mondo”.

I diritti umani si basano sul principio del rispetto nei confronti di tutti gli individui, in quanto ogni persona è ritenuta un essere morale che merita di essere trattato in maniera dignitosa senza alcuna distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o di altro genere, origine nazionale o sociale, ricchezza, nascita o altra condizione. Accanto alla libertà, all’uguaglianza, il diritto alla vita, alla libertà di parola o di fede c’è il diritto al riposo e allo svago : “Ogni individuo ha diritto al riposo e allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite (art. 24)  un argomento che sembrerebbe essere apparentemente in conflitto con il concetto di produttività e di competitività di mercato,  ma che in realtà, è alla base per resettare la mente e prepararsi in modo ancora più efficace ad un alto rendimento.

Socrate (filosofo greco, 470-399 a. C.), affermava come : “I momenti di ozio sono le conquiste migliori”; svago e rilassatezza  sono tutt’altro che  incompatibili con la resa, ed è proprio in un epoca come la nostra, dove le accellerazioni della vita hanno spinto ogni essere umano a portare al limite massimo le proprie  energie per essere al passo coi tempi, che l’art. 24 diviene all’avanguardia nonché  davvero essenziale.

Grandi multinazionali come la Apple, o come il colosso internazionale di Google, o la Nike hanno realizzato un vero e proprio investimento per migliorare la qualità di vita dei loro dipendenti inserendo addirittura nelle loro aziende, spazi per meditare e per fare yoga. Altri ancora, hanno scelto di realizzare  sessioni di meditazione, rilassante e rigenerante, in luogo dei coffe break che interrompono generalmente lunghi  e a volte faticosi meeting.

Anche lo svago, il gioco, rappresentano momenti indispensabili di gioia. E’ risaputo grazie ad uno studio di ricercatori universitari finlandesi, come l’emozione della gioia, predisponga positivamente tutto il corpo, generando un’ incredibile energia e migliorando la qualità di vita. Il gioco viene descritto dal saggista olandese Johan Huizinga (1872-1945), nel suo “Homo Ludens”,  con quattro caratteristiche principali : aiuta ad esprimere la libertàed a procurare gioia; consente di impegnarsi con grande serietà in qualcosa che non è la vera vita, ma in ogni caso è espressione di una parte di sè; ha un limite di tempo e spazio; ci trasporta in altre dimensioni.

Ma il gioco sviluppa anche la curiosità, oltre ad essere  un’importante fonte di apprendimento, secondo John Locke, filosofo e medico inglese, (1632-1704);  è il migliore degli stimoli, nonché fonte di gioia, come ribadisce anche J. J.Rousseau, scrittore  e filosofo francese (1712- 1778).

Nicola Graziano, Magistrato del Tribunale di Napoli, noto per la sua vocazione sociale, per il suo apporto costante alla comunità, studioso appassionato e grande comunicatore, spiega perché il riposo, lo svago, il gioco rappresentano dei preziosi alleati e la strada per la felicità, quella stessa felicità che, nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti D’America (4 luglio 1776) è stata addirittura annoverata nei diritti inalienabili.

“Il riposo e lo svago sono fondamentali per ritrovare se stessi e per “crescere”. Il gioco individuale è un’occasione per migliorarsi, per sperimentarsi; il gioco collettivo  aiuta a confrontarsi con gli altri e interagire. E’ gratificante per gli adulti e per i più piccoli, acquista un senso ancora più profondo.”

Il Dott. Graziano  continua asserendo come : “il regalo più bello che si può fare a un figlio è quello di garantirgli un’infanzia serena e condividere il gioco, può essere uno strumento evolutivo molto importante e stabilizzante”.

Lo svago non va inteso quindi soltanto come distrazione o passatempo, bensì anche come opportunità di svolgere attività creative, costruttive o educative per se stessi ma anche per il proprio ambiente o la propria comunità.

Il gioco è  socializzazione, ma è necessario anche avere dei spazi adeguati per potersi esprimere liberamente; studiare un’ urbanistica che possa essere pensata per garantire spazi appropriati, ambienti idonei per i bambini ma anche per chi ha delle disabilità è fondamentale. Alcuni diritti sono spesso compressi proprio dall’inidoneità degli spazi urbani”.

Sottostimare l’importanza  dei propri spazi personali  ed essere sempre più disposti a rinunciare a tempo per sé stessi, è purtroppo la attuale condizione della maggior parte delle persone “ spesso rinunciamo finanche alla capacità di sognare” conclude il Dott. Graziano.  
L’augurio quindi che si rivolge a tutti in questa giornata speciale, è proprio quello di riconsiderare l’importanza del diritto al riposo e allo svago, per alimentare il proprio stato di benessere , quello di chi ci circonda e migliorare in generale la qualità della vita.

Articolo a  cura di Avv. Tiziana Barrella e Dr.ssa Antonietta Perrotta
Immagini a cura di Dr.ssa Eleana Zaza
#iosonocomete
Da anni contribuiamo attraverso il nostro impegno, a gridare che la violenza non può mai prevaricare l’altro e non è certo una rapida soluzione. La violenza amplifica il dolore sia della vittima che, paradossalmente, del carnefice! Il nostro impegno sociale è  volto ad accorciare le differenze del rispetto e non solo per un giorno all’anno ecco perchè IO SONO COME TE.

La campagna contro la violenza sulle donne fa parte di un ben più grande progetto di sensibilizzazione ed informazione realizzato attraverso convegni, libri e seminari. Aderisci anche tu, le tue foto saranno parte di un video firmato da due artisti italiani il cui messaggio è un nitido rafforzativo dell’uguaglianza pur mantenendo la propria singolarità. Posta la tua foto su instagram e Facebook con l’hashtag #iosonocomete e invia la tua foto all’email Osservatoriogiuridicoitaliano@gmail.com per il video entro il 25 Novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
Tra Diritto e Psicologia:
Giornata Della Consulenza Gratuita

Giornata della consulenza gratuita. L’Ogi propone gratuitamente ed attraverso il suo Staff di esperti, una consulenza gratuita nella giornata del 09.11.2017.

L’iniziativa è volta a garantire alle vittime di abuso; a coloro che vivono stati di ansia o vissuti depressivi; relazioni affettivamente complesse e generanti dipendenze, o a tutti coloro che ne abbiano necessità, una consulenza gratuita volta alla prevenzione ed alla promozione del benessere psicologico.

Prenotati al 347.6014390 oppure scrivi all’indirizzo email osservatoriogiuridicoitaliano@gmail.com condividi Share on Facebook Share Share on Google Plus Share Share on LinkedIn...
La Direttiva 2013/35/UE e l’effetto delle onde
elettromagnetiche sulla salute umana
Il repentino aumento delle tecnologie di comunicazione che utilizzano energia elettrica ha notevolmente modificato l’ambiente che ci circonda comportando, conseguentemente, un uso sempre maggiore di sorgenti e dispositivi che emettono onde elettromagnetiche.

Tutto ciò ha spinto il legislatore ad intervenire in tale ambito, approvando la Direttiva 2013/35/UE che stabilisce prescrizioni minime di protezione dei lavoratori contro i rischi riguardanti gli effetti biofisici diretti e indiretti provocati, a breve termine, dai campi elettromagnetici. La suddetta normativa richiede che il datore di lavoro valuti tutti i rischi derivanti dall’esposizione agli agenti fisici (campi elettromagnetici), in modo da identificare ed adottare le opportune misure di prevenzione e protezione, con particolare riferimento alle norme di buona tecnica e alle buone prassi.

Nello specifico, il datore di lavoro è tenuto, attraverso l’attività di valutazione del rischio e di formazione ed informazione dei lavoratori, alla promozione:
  • di altri metodi di lavoro che implichino una minore esposizione ai campi elettromagnetici;
  • di attrezzature che emettano campi elettromagnetici meno intensi, tenuto conto del lavoro da svolgere;
  • delle misure tecniche per ridurre l’emissione deicampi elettromagnetici incluso, se necessario, l’uso di dispositivi di sicurezza, schermatura o analoghi meccanismi di protezione della salute;
  • di misure appropriate di delimitazione e di accesso quali segnali, etichette, segnaletica al suolo e barriere, al fine di limitare o controllare l’accesso;
  • delle misure e delle procedure volte a gestire le scariche di scintille e le correnti di contatto mediante strumenti tecnici, in caso di esposizione a campi elettrici;
  • degli opportuni programmi di manutenzione delle attrezzature di lavoro, dei sistemi, dei luoghi e delle postazioni di lavoro;
  • della progettazione e della struttura dei luoghi e delle postazioni di lavoro;
  • della limitazione della durata e dell’intensità dell’esposizione;
  • di adeguatidispositivi di protezione individuale.

Rispetto alla Direttiva abrogata (2004/40/CE) le principali novità riguardano:
  • l’adozione di una nuova grandezza dosimetrica a cui legare il rispetto delle restrizioni di base (si è passati dalla densità di corrente indotta al campo elettrico interno ai tessuti);
  • l’introduzione di un doppio sistema di limiti e valori di azione relativi agli effetti di stimolazione, sia a carico del sistema nervoso centrale (effetti sensoriali) che dei nervi periferici (effetti sanitari);
  • la previsione di diverse categorie dei valori limite di esposizione, ossia: valori stabiliti sulla base degli effetti diretti acuti e a breve termine scientificamente accertati, ossia gli effetti termici e l’elettrostimolazione dei tessuti; valori al di sopra dei quali i lavoratori potrebbero essere soggetti ad effetti nocivi per la salute, quali il riscaldamento termico e la stimolazione del tessuto nervoso o muscolare; valori al di sopra dei quali i lavoratori potrebbero essere soggetti a disturbi temporanei delle percezioni sensoriali e a modifiche minori delle funzioni cerebrali;
  • la possibilità di derogare i limiti di esposizione riguardo a tutte le attività legate alle Forze Armate e all’utilizzo medico delle attrezzature per la Risonanza Magnetica;
  • l’introduzione di un’ulteriore ipotesi derogatoria riguardante attività non rientranti fra quelle sopra citate rispetto alle quali gli Stati membri possono autorizzare, in circostanze debitamente giustificate e soltanto per il periodo in cui rimangano tali, il superamento temporaneo dei VLE (valori limite di esposizione). È necessario, però, che vengano soddisfatte determinate condizioni, tra cui l’applicazione di tutte le misure tecniche ed organizzative e la dimostrazione, da parte del datore di lavoro, che i lavoratori sono in ogni caso protetti contro gli effetti nocivi per la salute e i rischi per la sicurezza.

Ma qual è l’impatto delle onde elettromagnetiche nella nostra vita quotidiana e, soprattutto, quali sono gli effetti prodotti dalle stesse sul nostro organismo?

Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato, ad esempio, che: l’attrito causato dal contatto con la moquette può produrre un forte campo elettrico; il tubo catodico del televisore o del monitor del computer emette elettroni che oltre a colpire lo schermo si propagano anche all’interno dell’ambiente; i motori di frigoriferi, lavastoviglie, lavatrici e condizionatori irradiano una considerevole energia elettromagnetica nell’ambiente; i materiali sintetici, come i collant, si possono caricare elettrostaticamente per strofinìo.

Sono, inoltre, causa di presenza nell’ambiente di campi elettromagnetici: le linee di distribuzione dell’alta tensione aeree e interrate; le antenne paraboliche per le comunicazioni satellitari; gli impianti radar militari e civili; gli impianti di allarme; i metal-detector; la telefonia cellulare; le apparecchiature elettromedicali; i sistemi a distanza di apertura dei cancelli e delle porte.

L’effetto delle radiazioni non ionizzanti (NIR) generalmente non è nocivo, ma rappresenta un effetto biologico che può tradursi o meno in un danno per la salute dell’individuo esposto.

Il più evidente degli effetti biologici dei campi elettromagnetici è sicuramente rappresentato dal surriscaldamento dei tessuti corporei esposti alle radiazioni, fenomeno facilmente riscontrabile, ad esempio, dopo una lunga conversazione col telefono cellulare. Tale processo è molto pericoloso in quanto l’aumento termico avviene all’interno dell’organismo, per cui non è adeguatamente percepito dagli organi sensoriali; ciò provoca una mancata attivazione dei necessari meccanismi di compensazione e un conseguente danneggiamento di tutti quegli organi che, come cornee e testicoli, sono caratterizzati da scarsa circolazione sanguigna (la circolazione sanguigna favorisce la dispersione del calore prodotto).

Inoltre, numerose ricerche scientifiche e studi di laboratorio su animali hanno dimostrato che le onde:
  • da 25 a 30 MHz (radio taxi, radioastronomia, ecc.) penetrano in tutti i tessuti del corpo umano, nelle ossa e in particolare nel cervello, nel midollo spinale e nel cristallino dell’occhio;
  • da 87 a 108 MHz(radiodiffusione FM) penetrano fino a 4 cm di profondità nel cervello, nel midollo spinale e nel cristallino;
  • da 174 a 230 MHz(banda televisiva VHF) producono effetti soprattutto sui bambini in crescita;
  • da 470 Mhz a 1 GHz(banda televisiva IV/V UHF e telefonia mobile) penetrano nel cervello fino a 2 cm e hanno una potenza energetica dieci volte superiore a quella delle onde FM;
  • da 2,4 a 2,5 GHz (radar, satelliti, forni a microonde, radioamatori via satellite) penetrano nel cervello fino a 1 cm e sono dannose per gli occhi, il sangue e i microrganismi;
  • da 10 a 100 GHz(radar militari, forni industriali, esplorazione della terra via satellite, ricerca spaziale, radiolocalizzazione, meteorologia) penetrano nel cervello per alcuni millimetri, danneggiano il sangue e i microrganismi e possiedono una potenza energetica circa diecimila volte superiore rispetto a quella delle onde di 10MHz.

Attualmente, in fase di studio, ci sono:
  • gli effetti sulla tiroide: le radiazioni producono sul cervello effetti quali il rallentamento o l’arresto della produzione da parte della ipofisi e dell’ormone stimolante tiroideo (TSH), determinando così una drastica riduzione degli ormoni tiroidei T4 e T3;
  • la permeabilità della barriera emato-encefalica: svariati studi effettuati su animali hanno dimostrato che i CEM (campi elettromagnetici) usati nella telefonia mobile provocano la distruzione della barriera emato-encefalica. Ciò comporta massicci danni al cervello degli animali, nonostante la potenza impiegata per generare questo effetto sia molto più bassa di quella oggi considerata come sicura per l’uomo. Qualora questi danni venissero confermati negli esseri umani, non è da escludere un massiccio aumento delle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer in persone di mezza età, le quali abbiano usato telefoni cellulari per alcuni decenni;
  • gli effetti nei bambini: gli effetti delle radiazioni elettromagnetiche sono più gravi se si accumulano nel tempo, ma esistono delle fasce di età più sensibili rispetto ad altre. I bambini, ad esempio, assorbono molte più radiazioni rispetto agli adulti. I ricercatori dell’Università dello Utah hanno scoperto che, il cervello di un bambino di 5 anni assorbe una quantità di radiazioni quattro volte maggiore rispetto al cervello di un adulto e che, il fluido oculare di un bambino di 5 anni assorbe una quantità di radiazioni oltre 10 volte maggiore rispetto all’occhio di un adulto. Inoltre, la distruzione fin dalla giovane età di cellule neuronali annulla una “riserva cerebrale”, che nella vecchiaia potrebbe compensare la morte di neuroni causata dalle malattie degenerative. Se il cervello ha un eccesso di neuroni poco utilizzati, questi potrebbero tornare utili per sostituire quelli morti a causa di malattie della tarda età.

Le onde elettromagnetiche possono causare anche danni di tipo tumorale come il glioma, provocato dall’innalzamento termico dei tessuti in seguito ad esempio all’uso continuato dei telefoni cellulari, e le leucemie. Il danno tumorale è stato associato al fatto che i campi elettrici e magnetici inibiscono la produzione di melatonina, ormone che regola l’umore e il sistema riproduttivo e che viene prodotto soprattutto durante la notte dalla ghiandola pineale, situata nella parte posteriore del cervello.

Va precisato che ancora moltissimi anni di ricerca occorreranno per poter arrivare a far piena luce su tali effetti, è per queste ragioni che tuttora è impossibile fissare limiti di esposizione precisi e sicuri per le radiazioni elettromagnetiche, anche a bassissime intensità di campo.

È, comunque, buona norma non sottovalutare tale fenomeno e cercare di rispettare in ogni situazione, lavorativa e non, le seguenti regole:
  • non conservare il telefono cellulare acceso sul torace in prossimità del cuore;
  • evitare lunghi e frequenti colloqui col cellulare, alternare spesso l’orecchio e usare solo auricolari a filo;
  • tenere il telefono cellulare acceso e/o la radiosveglia ad almeno 1 metro di distanza dal cuscino o dalla postazione di lavoro;
  • non dormire con coperte elettriche in funzione;
  • non sostare troppo a lungo vicino ad apparecchi quali frigorifero, forno elettrico, scaldabagno, forno a microonde, televisore e computer;
  • svolgere completamente le prolunghe evitando la formazione di spire;
  • evitare l’uso di prese multiple e/o ciabatte;
  • tenere sempre l’asciugacapelli a circa 30 cm di distanza dalla testa e alternare spesso la mano;
  • evitare l’uso prolungato di apparecchi elettrici da parte dei bambini;
  • tenere gli apparecchi di telecontrollo per bambini e neonati ad almeno 70 cm di distanza dalla loro testa;
  • tenere i bambini ad almeno 1 metro di distanza dal televisore o dal monitor dei videogiochi.

A cura di  Lucia Di Bello
Riferimenti e link
eur-lex.europa.eu › EUROPA › EU law and publications › EUR-Lex;
https://www.vegaengineering.com/…/campi-elettromagnetici-nuova-direttiva-201335;
Jandolo B., Martuzzi M., Polichetti A., Salvan A., Vecchia P. e i partecipanti alle reti ospedaliere del Progetto INTERPHONE in Italia: “Tumori del distretto cervico-encefalico ed uso dei telefoni cellulari. Uno studio epidemiologico internazionale”, Notiziario Istituto Superiore di Sanità, 14 (2): 3-9, 2001;

Telephone use: results of the INTERPHONE international case–control study. International Journal of Epidemiology 2010, 1–20;
Stievano B. M., Erna M., Rassegna degli effetti derivanti dall’esposizione ai campi elettromagnetici, ANPA, CTN Agenti Fisici
I MOLTEPLICI VOLTI DEL FENOMENO
DELLA VIOLENZA SULLE DONNE
Il 25 novembre si celebra la giornata internazionale contro la violenza sulle donne per commemorare e focalizzare l’ attenzione su un tema, ad oggi ancora attualissimo e sempre più in evoluzione. Tale data fu scelta in occasione dell’ assassinio delle sorelle Mirabal il 25 novembre 1960, le quali, ‟ colpevoli” di aver tentato di contrastare il regime del proprio dittatore (Trujillo), furono brutalmente uccise da mandanti dello stesso.

Tale fenomeno presenta numerose sfaccettature, tante delle quali, molto spesso, vengono sottovalutate. Di fatti, è opportuno sottolineare come la violenza non sia ravvisabile soltanto sotto forma di stupro o omicidio ma anche attraverso minacce, violenza domestica, maltrattamenti fisici e psicologici che comprendono attacchi verbali, derisioni, insulti e denigrazioni, atti persecutori, stalking, outing, sexing, abusi sessuali, delitti d’onore e percosse, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l essere toccata, abbracciata o baciata contro la propria volontà. Secondo un indagine statistica il  31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.

Cosa spinge gli uomini a commettere violenza immotivata su una donna?

Ritenere come “scriminante”  la follia rispetto alla commissione di certi brutali gesti è essenzialmente sbagliato. Talvolta si dà la caccia al mostro, ritenendo erroneamente provenga da un contesto sociale povero o disadattato; la verità è che tali forme di violenze si celebrano in ogni ambiente  e il “mostro” spesso si confonde tra soggetti provenienti da quella che normalmente definiremmo “ buone famiglie”.

In certe circostanze Ie violenze sono sollecitate da futili motivi: l’emancipazione  femminile, l’idea di perdere il controllo e potere, la gelosia, il non corrisposto amore, il rifiuto. Ma quando il delitto non si consuma fra le pareti domestiche, la situazione non cambia di molto e il risultato è sempre quello dell’abuso e della sopraffazione. Sono molti i casi in cui infatti, nonostante non ci sia stato un  rapporto sentimentale pregresso fra abusante ed abusata, le brutalità contro le donne hanno riempito i rotocalchi dei giornali: pensiamo ad esempio al recente delitto della giovanissima Chiara Ugolini, 27 anni, uccisa brutalmente il 5 settembre 2021 dal vicino di casa, che le ha inserito in bocca uno strofinaccio imbevuto di candeggina provocandole una violenta emorragia.

Perché talvolta le donne non denunciano?

Un altro quesito è  il perché  molte donne, nonostante abbiano a disposizione un impianto normativo efficiente, numerose organismi a tutela, associazioni, case famiglia ecc. non  denuncino le violenze  subite prima che si arrivi al peggio. Gli studiosi evidenziano come delle volte ci si trovi dinanzi ad una vera e propria sindrome: la Sindrome della Donna Maltrattata, il cui primo stadio è la Negazione del subito. Le donne cioè  negherebbero non solo agli altri di essere vittime di violenza ma negherebbero ciò che accade fra le mura domestiche prima ancora a loro stesse, giustificando il comportamento del partner con banalità, con vere e proprie scuse : “lui lavora tanto e quando torna a casa vorrebbe solo una buona cena. Sono proprio un’ingrata! .

Vi è anche chi sostiene invece che le donne vittime di violenza valutino a loro modo,  la migliore delle strategie possibili da adottare dinanzi ad episodi maltrattanti, ovverossia, dinanzi ad una potenziale perdita di uno stato in equilibrio ed in una condizione economica di poca stabilità, preferiscono rimanere all’interno di una sorta di “zona di confort” (un matrimonio, una casa, il sostentamento economico, figli minori) – che poi confort non è –  poiché tal cosa comporterebbe un investimento psichico a loro avviso di gran lunga  maggiore di quanto richieda la sopportazione del maltrattamento.

Negli ultimi anni purtroppo le violenze sulle donne e i femminicidi non tendono a diminuire e a causa del fenomeno pandemico, che ha ridotto potenzialmente la libertà degli individui,  stanno aumentando a dismisura: nel triste periodo del lock down molte donne si sono ritrovate in situazioni spiacevoli tra quelle  mura di casa diventate ancora più pericolose della minaccia  stessa del virus Sono 109 le donne uccise nel 2021, ovverossia il 40 % di tutti gli omicidi commessi nel paese e più precisamente 93 femminicidi sono avvenuti in ambito familiare, 63 uccide dal partner convivente o dall’ ex.

In conclusione nonostante sia istituita una giornata al fine di commemorare tale fenomeno, sarebbe necessario ed opportuno che ci si impegni affinchè il lavoro di sensibilizzazione sia costante auspicandosi vivamente come ogni anno   che la situazione possa subire un vertiginoso calo.

Testo a cura di Osservatorio Giuridico Italiano
Fotografia a cura di Dr.ssa Eleana Zaza
I Diavoli della bassa modenese
Sono stati i miei figli senza saperlo

Non ci sono bambini, solo persone. Ma con un’altra scala di nozioni, un altro bagaglio di esperienze, altre passioni, un altro giochi di sentimenti. Ricorda, noi non li conosciamo.

Il titolo non ha nulla a che vedere con l’opera di qualche pensatore dei nostri tempi, né tantomeno trae spunto da scritti del calibro di “L’ospite inquietante” o il “Giovane Holden” per restare in tema, ma è la riflessione che aprirebbe il cuore di chiunque sia chiamato ad ascoltare le parole di un padre dilaniato, stremato, privato dei suoi figli, ingiustamente accusato.

Chi parla è il sig. Federico Scotta e sin da subito, quel volto, quelle frasi, hanno aperto la finestra in un abisso esasperante che lo ha visto protagonista di una vicenda giudiziaria che porta ancora con sé strascichi ed incomprensioni più disparate, finendo per spezzare molti equilibri familiari, irrimediabilmente compromessi a dispetto delle pronunce di assoluzione o definizioni processuali.

I fatti in questione afferiscono alla vicenda nota alla cronaca come “i diavoli della bassa modenese” in cui taluni uomini furono accusati di aver organizzato riti satanici durante i quali dei bambini subirono molestie e vennero assassinati.

A seguito di ciò, l’Autorità giudiziaria impose l’allontanamento di ben sedici di loro dalle famiglie di appartenenza, ma col tempo si riuscì a stabilire l’infondatezza di quelle accuse, ivi incluse i riti satanici e gli omicidi: dei processi instaurati, i ritualistici furono archiviati per difetto di prova; le accuse di abusi domestici comportarono la condanna per taluni; altri imputati – infine – furono completamente assolti[1].

Dalla ricostruzione degli accadimenti emerse come uno degli accusatori, un bambino modenese dato in affidamento in un paese limitrofo, narrò di violenze da lui subite in seno alla famiglia naturale, partecipando a riti satanici in compagnia di altri coetanei del luogo.

Tra gli accusati vi fu anche il sig. Federico Scotta, il quale, a seguito di quanto narrato, fu inquisito e condannato per reati che non commise, finendo per scontare una pena di circa dodici anni: solo successivamente si constatò che tra i partecipanti ai rituali vi furono persone diverse da quelle identificate come i figli dell’imputato[2].

Uno scambio di identità che ha determinato una frattura insanabile nella vita di un uomo (e tanti come lui), il quale si vide “privare” della sua prole per presunti abusi narrati a diverse terapeute, definite – successivamente – dalla Corte di Cassazione come “…oggettivamente inesperte” a causa di condotte tese a “…veicolare nella mente …informazioni” più che ad intercettarle.

Dei diversi processi celebratisi nelle corti di merito (“Pedofili 1”; “Pedofili bis” e “Pedofili 2”), i giudici di legittimità posero l’accento sulle modalità attraverso le quali i bambini furono ascoltati, poiché miranti a suggerire loro le risposte che – in qualche modo – ci si attendeva, il tutto a dispetto dell’assenza di prove a sostegno delle accuse[3].

I filmati degli interrogatori rinvenuti, infatti, mostrarono come tale tecnica abbia rivestito un ruolo cardine nelle vicende in esame, come è dato comprendere dalla lettura di taluni estratti di un video colloquio con uno dei bambini ascoltati.

A domanda cosa la piccola avesse provato quando fu “…riportata in quella piazza”, la risposta fu “…gioia”, spingendo la terapeuta ad affermare :”…Sicura? Pensaci bene, magari era un’altra emozione. Non un pochettino anche di sofferenza?”. La bambina – allora – annuì, confermando quanto suggerito dalla psicologa.

Per quanto gli odierni studi di settore considerino sottile la linea di demarcazione tra immaginazione e realtà dei bambini, i casi in questionemostrato i limiti dell’ascolto da parte di coloro che sono istituzionalmente chiamati a ciò: la conferma, infatti, si rinvenne nella circostanza secondo cui la riformulazione delle stesse domande nel corso del tempo determinò risposte diverse degli interpellati, sì da alterare la genuinità delle loro affermazioni.

Il tema della falsa rappresentazione, quindi, ritorna nel caso in esame come in tanti altri, dove si finisce per contaminare il ricordo del bambino attraverso delle ingerenze esterne: il sistema, tuttavia, mostra le maggiori criticità sol che si consideri il ruolo giocato dell’Autorità Giudiziaria e dagli assistenti sociali, l’assenza di una rete di figure professionali chiamate ad interfacciarsi al verificarsi di eventi simili e, soprattutto, la mancanza di un generico obbligo di dover rendere obbligatorio la fase della videoregistrazione, precludendo “alterazioni” di quanto effettivamente raccontato.

Per quanto la giurisprudenza dia sempre più voce al ruolo dei minori nel momento in cui si relazionano al mondo giuridico[4], simile prerogativa – tuttavia – non potrà mai tradursi in un “vulnus” ai principi costituzionali ed eurounitari, come potrebbe concludersi in tema di contraddittorio ovvero completezza probatoria, sì da fondare quella colpevolezza che vada “al di là di ogni ragionevole dubbio”, come esige il legislatore.

Cercando di superare le difficoltà enunciate, la legge n.°172/2012, di attuazione della Convenzione di Lanzarote sulla protezione dei minori dallo sfruttamento e dall’abuso sessuale, modifica il codice penale e quello di rito in diverse disposizioni (in particolare, l’art. 5 lett.c) d) ed f), novella le previsioni di cui agli art.li 351, 362 e 391-bis c.p.p), al fine di evitare che il dichiarante – il minore appunto – sia sottoposto a pressioni od ingerenze esterne che incidano sulla genuinità delle affermazioni rese.

Nel caso in cui questi sia anche vittima di reato, oltre alla vicinanza dei propri cari, potrà beneficiare – a norma dell’art. 609 decies c.p. – di “…gruppi,  fondazioni, associazioni od organizzazioni … di comprovata esperienza nel settore dell’assistenza e del supporto”, sì da ampliare le forme di tutela per i soggetti più fragili della vicenda processuale.

Il passo in avanti rispetto agli accadimenti che segnarono i “fatti modenesi” può evincersi proprio dalla lettura dell’art. 35 della citata Convenzione, dove è dato enucleare taluni principi cui il terapeuta è chiamato ad adeguarsi, così sintetizzabili : i colloqui con il bambino dovranno aver luogo senza alcun ritardo presso locali concepiti o adattati a tale scopo; detti incontri dovranno esser condotti da professionisti di comprovata esperienza e, nei limiti del possibile, il minore dovrà esser sentito dalle stesse persone: il numero delle audizioni dovrà essere strettamente necessario al fine che si intende perseguire.

Per quel che qui interessa, di maggior aderenza ai fatti narrati pare essere la previsione di cui al secondo comma dell’ art. 35 della Convenzione, a tenore del quale i colloqui con la vittima o bambino testimone dei fatti, dovranno essere ”…oggetto di registrazioni audiovisive”, dovendo considerarsi a tutti gli effetti “prova” per il procedimento penale[5].

L’assenza di tale momento durante la fase delle indagini preliminari, cruciale – come noto – per il proseguo o meno del giudizio penale, ha indotto taluni a considerare simile “deficit” determinante per la corretta interpretazione di quanto dichiarato, offrendo il destro a possibili suggestioni o alterazioni di varia natura.

Di ausilio sono sicuramente i contributi offerti della Carta di Noto (art. 1) che affida gli incarichi di consulenza e perizia ad esperti che “…abbiano conseguito una specifica formazione”, i quali, oltre ad impiegare metodologie evidence based e strumenti “ripetibili” considerati affidabili dalla comunità scientifica di riferimento, dovranno – altresì – motivare i modelli applicati, sì da agevolare la valutazione critica dei risultati raggiunti.

Al di là dei riferimenti normativi, interfacciarsi a bambini richiede un lavoro multidisciplinare che va dallo studio del linguaggio del corpo all’adeguarsi all’ altrui competenza cognitiva, passando per la capacità di favorire la ricostruzione dei luoghi fino all’abilità di organizzare e riferire il ricordo mediante opportune pratiche, come il “Memorandum of Good Practice” , la “Cognitive Interview” e la “Step-Wise Interview”.

Volgendo la memoria alle dichiarazioni mendaci rese dal giovine modenese che hanno cambiato la vita di molti uomini come Scotta, solo un’adeguata risposta ordinamentale potrà evitare in futuro episodi analoghi, lasciando forse spazio – nel presente – alle parole del pedagogo polacco Janusz Korczak, ad avviso del quale “…se qualcuno ha fatto qualcosa di male, la cosa migliore è perdonarlo”, poiché infondo tutto quello che fu narrato non apparteneva ad una volontà tesa a nuocere, ma attenne ad ingerenze esterne, giustificando – in tal guisa – il pensiero dell’educatore polacco secondo cui “…Se ha fatto qualcosa di male perché non sapeva, ora è consapevole” [6].

Della vicenda dei “diavoli della bassa modenese” restano le parole del sig. Scotta, amareggiate e provate dal decorso del tempo che ha spinto ad “…una rottura della connessione emotiva della famiglia che cresce nella sua identità”, come direbbe taluno, rispondendo “…sono stati i miei figli senza saperlo” all’osservazione di chi si chiedeva come avesse fatto ad andare avanti dopo quello che aveva vissuto.

[1] E’ dato leggere da diverse fonti giornalistiche che  le accuse di abusi rituali satanici non furono provate e tutti i quindici imputati furono assolti. Nonostante gli stessi furono condannati nel 2000, la Corte di Appello emise sentenza di assoluzione per ben otto di loro per insussistenza del fatto, alleggerendo il “quantum” di pena per  altri ritenuti colpevoli di abusi domestici pur difettando la matrice ritualistica. I giudici di legittimità annullarono ben due delle otto assoluzioni e, a seguito del rinvio del giudizio alla Corte di Appello, quest’ultima, nel 2013, emise pronuncia assolutoria nei confronti degli imputati ponendo fine alla vicenda processuale.
[2] Si racconta che il bambino avrebbe narrato di abusi, violenze di vario genere e filmati pornografici, ai quali parteciparono altri coetanei e persone di età adulta, sì da indurre l’A.G. competente a chiedere il rinvio a giudizio per molti di loro: tuttavia, a parte i racconti dei giovani, non si reperirono altre fonti di prova né tantomeno i video citati.
[3] Basti pensare, a titolo esemplificativo, all’assenza dei filmati pedopornografici, ovvero il mancato ritrovamento dei corpi gettati lungo il fiume ove si riteneva fossero stati compiuti gli omicidi narrati, e così via.
[4] Basti pensare ad esempio a quanto sostenuto in materia di affidamento dove:”…il minore costituisce una parte sostanziale del procedimento diretto a stabilire le modalità di affidamento, per cui, essendo portatore di interessi contrapposti e diversi da quelli dei genitori, ha diritto di esporre le proprie ragioni nel corso del processo, a contatto diretto con l’organo giudicante…”, cosi Corte di Cassazione, ord. n.°1474/21.
[5] Allo stato attuale, la regola enunciata non può dirsi obbligatoria per tutte le fattispecie criminose: essa è prevista come modalità obbligatoria nei casi di ascolto del minore vittima di “reati. sessuali” in incidente probatorio (art. 398 comma 5-bis c.p.p), restando facoltativa per gli “ascolti” dibattimentali (art. 498 comma 4-bis c.p.p.: «Si applicano se una parte lo richiede ovvero se il presidente lo ritiene necessario, le modalità di cui all’art. 398 comma 5-bis c.p.p.»), dando ingresso ad un sistema ancora disequilibrato.
[6] Uno degli accusatori, oggi trentunenne, riferì della falsità delle sue affermazioni, adducendo l’inesistenza di abusi e riti satanici, aggiungendo testualmente:”…Ricordo diversi colloqui anche di otto ore. Psicologa ed assistenti sociali non smettevano finché non dicevo quello che volevano loro. Mi dicevano che ero coraggioso” (tratto dal quotidiano “Repubblica”, 14 Giugno 2021).

Articolo a cura di Avv. Michele Tartaglione
Fotografia di Dr.ssa Eleana Zaza
I BIAS COGNITIVI E IL COVID-19
Tra pregiudizio e reale conoscenza

Quanto la mente umana riconosce realmente ciò che ha desiderio o necessità di scegliere e quanto invece,
i propri pensieri, sono il frutto di un “errore” definito Bias cognitivo

Cosa sono i Bias cognitivi

Si può eseguire una scelta totalmente priva di pregiudizi? E’ possibile evitare il condizionamento? E’ possibile superare  l’emozione del momento nell’effettuare una scelta? Secondo studi effettuati circa cinquanta anni fa, ma ancora oggi attualissimi e non superati da recenti scoperte,  pare proprio di no!

In buona sostanza sembrerebbe proprio che il nostro cervello, sottoposto a delle scelte o tenuto ad effettuare delle considerazioni, operi delle volte in una maniera del tutto errata utilizzando delle strategie di selezione che si mostrerà in seguito essere totalmente errate, seppur l’agito appaia del tutto frutto di una scelta ben ponderata. Negli anni ’70 due studiosi, Daniel Kahneman ( psicologo israeliano, premio Nobel per l’economia) Amos Tversky analizzarono la capacità umana di assumere decisioni pur senza avere una completa visione dell’argomento frutto della loro scelta. Nelle loro sperimentazioni hanno potuto appurare come una scelta venga effettuata prima inconsciamente e poi razionalizzata. Il classico esempio “caso di scuola” è quello in cui, trovandoci dinanzi ad una scelta come può essere banalmente l’acquisto di un prodotto sullo scaffale di un supermercato, il primo sistema ad attivarsi nella scelta attiene al pensiero intuitivo. Basandosi essenzialmente sui pochi  elementi che si hanno a disposizione e che afferiscono essenzialmente ad un mero gradimento, il pensiero sarà  reattivo e veloce. Il secondo sistema ad attivarsi è invece quello del  pensiero razionale che,dopo aver ricevuto il gradimento dal primo sistema, valuta e analizza la scelta e se ritiene che sia corretta la supporta, in caso contrario passerà avanti. Fin qui sembrerebbe tutto assolutamente logico e lineare: si sceglie in base all’istinto ma se poi a conti fatti, la scelta non sembra allinearsi a ciò che razionalmente è in sintonia con le nostre esigenza, si sceglie di non dare spazio a quella considerazione.

In realtà e a ben vedere, il nostro sistema perfettamente tarato ed apparentemente infallibile sembrerebbe invece sbagliare molte volte, non sempre infatti la scelta ponderata e razionale prevale sull’istinto ( pensiamo ad esempio alle relazioni amorose, quanto pensiero intuitivo e quanto poco pensiero razionale) e pertanto, in situazioni di incertezza, avviene una vera e propria distorsione del giudizio : il Bias Cognitivo.

La nostra decisione sarà il frutto non di una scelta consapevole ed accurata, razionale ed oggettiva, ma la “cantonata” verrà presa poiché il nostro pensiero sarà “raggirato” dal pregiudizio e dalle alterate informazioni di cui siamo in possesso nel momento della scelta. Questo concetto, può confondersi facilmente con un’altra nozione cara alla psicologia: l’Euristica, ovverossia la scorciatoia mentale, procedimenti sbrigativi, del riconoscimento di un qualcosa ad esempio, in base all’esperienza passata; il Bias Cognitivo non risponde alle regole dell’esperienza ma bensì a pregiudizi e preconcetti. Il termine Bias, coniato circa nel 1500 per indicare qualcosa di inclinato, obliquo, indica quindi un processo del pensiero fondato su pregiudizi e percezioni non “agganciate” alla realtà; mentre l’euristica consente di estrapolare dalla memoria un’idea o una veloce conclusione, i bias cognitivi sono pregiudizi, veri e propri errori di ragionamento. Un bias cognitivo molto  comune e più o meno a tutti noto è la cosiddetta “Fallacia del Gambler”, ciòè la tendenza a dare importanza al passato, cioè quello che in ambito studentesco è maggiormente noto con il detto ” campare di rendita”. Se ho ricevuto un giudizio positivo nel passato, il giudicante sarà maggiormente propenso a valutarmi attraverso un naturale favor nonostante io non sia magari stato realmente all’altezza della situazione.

Secondo Nassim Nicholas Taleb, saggista libanese ( 1960 -?) agli esseri umani in generale piacciono le storie, ma piace anche semplificare…”la fallacia narrativa è associata alla nostra vulnerabilità, all’eccesso di interpretazione e alla nostra predilezione per le storie coerenti rispetto alle verità grezze…la fallacia narrativa sottolinea la nostra limitata capacità di osservare sequenze di fatti senza aggiungervi una spiegazione…”

Non possono essere evitati questi “errori del ragionamento” tutt’al più si può, per quanto possibile, imparare a riconoscerli, inoltre nessuno ne è veramente immune, essi si attiveranno tutte le volte in cui si deve esprimere un giudizio o si deve interpretare qualcosa.

Gli studi di  Kahneman e Tversky e dei“Bug mentali” hanno interessato moltissimo gli esperti di marketing e di comunicazione. Gli effetti di questi errori possono essere utilizzati per modificare le scelte dei consumatori ad esempio.

Gli effetti prodotti che tendenzialmente si vogliono ottenere possono essere di vari tipi, addirittura pare che siano stati individuati almeno duecento bias diversi, ma per ragioni di sintesi ne elencheremo solo alcuni : effetto esca; effetto ancora; effetto di mera esposizione; avversione alla perdita; effetto inquadramento; effetto carrozzone; effetto Ikea; salienza.

Bias cognitivi e Covid 19

Ci si è chiesti se in un clima di totale incertezza e di pochissima conoscenza dell’argomento anche nei più esperti, potesse svilupparsi il fenomeno dei bias cognitivi, l’errore basato sul pregiudizio tecnicamente dovrebbe essere stato superato dalla assoluta ignoranza della materia ad opera della maggior parte della popolazione mondiale. Così come l’effetto sorpresa ( nessuno di noi si sarebbe mai potuto immaginare di vivere una situazione simile); in realtà l’essere umano, così come le altre specie viventi, è dotato di un grande spirito di adattamento che si evolve rapidamente per la sopravvivenza della specie, come direbbe l’antropologo e biologo Charles Darwin  (1809-1882). Per cui, anche una inaspettata ed incompresa pandemia, come quella attuale, ha generato nella razza umana, una certa adattabilità.

Si sono quindi verificate tre tipi di reazioni differenti rispetto al virus:
quella di coloro che si sono allineati completamente a quanto affermato via via dalle autorità anche se non ritenute potenzialmente in sintonia con i propri ordinari pensieri (mutamento della leadership in caso di crisi);
  • i negazionisti e i complottisti nei quali prevale l’euristica della disponibilità[1];
  • i resilienti

Nel primo caso, il leader del momento, sebbene possa non corrispondere al soggetto ideale che sceglieremmo in un momento ordinario, diviene colui che seguiamo anche in caso di scarso gradimento. Scatta un meccanismo singolare per cui, si riconosce nell’individuo che si erge a leader, una lucida capacità  di prendere decisioni ed assumersi responsabilità;  guidare se stesso e gli altri verso la soluzione del problema. Prendendo spunto dall’etologia, avviene ciò che nel regno animale osserviamo comunemente nei mammiferi che si muovono in  branco. Gustav Le Bon, antropologo e psicologo francese (1841-1931)  asseriva: “ la folla è un gregge impossibilitato a fare a meno di una guida….la folla ascolta sempre l’uomo spinto da una volontà irriducibile, perché gli uomini, confluiti in una moltitudine, persa la propria via si volgono istintivamente a chi mostra di possederne una”

Nel secondo caso c’è chi invece nega totalmente l’esistenza del virus e chi invece appoggia le ipotesi complottiste. Si colgono cioè elementi notori, li si addizionano alla logica e si traggono le ovvie deduzioni. Il movente è afferente all’acquisizione di un maggiore potere, di danaro oltremisura, dell’assoggettamento totale dell’umanità.

Il terzo caso è quello dei resilienti, ovverossia persone che pur osservando la realtà, pur aderendo alle ipotesi di un virus “sfuggito” dalle mani di chi in laboratorio ci stava lavorando, tutto sommato accetta con spirito fiducioso ciò che sarà il futuro. La resilienza è in psicologia quella capacità di far fronte alle avversità attraverso la riscoperta di quelle risorse intere, che non avremmo magari nemmeno immaginato di possedere. Facendo buon governo delle stesse si cerca di ripristinare il proprio equilibrio.

Gli effetti delle distorsioni cognitive sono davvero incredibili nella vita quotidiana. Kahneman evidenzia come molto spesso si arrivi a conclusioni errate sulla scorta esclusiva del  mero indizio. Molto più spesso di quello che si possa immaginare, ciascuno di noi ha sperimentato nella propria vita uno dei più temibili dei sette vizi capitali[2]: la superbia o sicumera “ l’overconfidence “ ovverosia  avere la convinzione di sapere perfettamente come stanno le cose.

La superbia il peggiore dei vizi, “..è l’inizio di tutti i peccati..” (Vulgata, Bibbia in Latino, edizione per il popolo)Secondo Tommaso d’Aquino, filosofo, religioso (1225-1274) la superbia  è il peccato di Adamo (Non morirete affatto! Anzi, diventerete come Dio, conoscendo il bene e il male”, Genesi 3,4,5 ) e di Lucifero, l’angelo più potente delle schiere angeliche, che nel volere l’uguaglianza con Dio  a seguito di quell’atto di superbia, precipitò dal cielo  con un tale impeto che con il suo schianto a terra  aprì una enorme voragine. Alla superbia fu unificata la vanagloria, inizialmente anche essa vizio. Essere convinti fermamente di un qualcosa sulla scorta di elementi sommari può complicare certamente la propria percezione del reale.

Secondo il celebre premio Nobel, applicheremmo soventemente il meccanismo di riconoscere come vero solo ciò che vediamo, ( what you see is all there is, quello che si vede è l’unica cosa che c’è); questo processo rende la realtà meno autentica poiché mancano informazioni e dati che potrebbero offrire una spiegazione nettamente diversa rispetto a ciò che invece costituirà la nostra falsa credenza. Immaginiamo quanto questi Bias possano essere deleteri in ambito processuale. Un teste che giunge ad una conclusione solo poiché ciò che ha visto è l’unica cosa che c’è ! Alla luce di quanto appena asserito quindi anche nel caso “Covid 19” potenzialmente può essere accaduto quanto espresso da Kahneman con l’acronimo  WYSIATI,  il Covid non possiamo percepirlo attraverso la vista, ma possiamo sperimentarne gli effetti. Si apre quindi un nuovo e grande problema legato  all’essere umano, quello della secolare diatriba tra fede e scienza, tra ciò che sentiamo possa essere  vero e quello a cui crediamo fermamente solo poiché lo tocchiamo con mano. Ciò che è successo probabilmente con la diffusasi pandemia è proprio la riproposizione di questo eterno conflitto tra il credere e lo sperimentare, un conflitto che però probabilmente e data la secolarizzazione del problema mai potrà essere superato.

Il Covid 19 e la percezione della sua pericolosità

Che la percezione della pericolosità di tale virus sia diversamente sentita è una questione afferente la percezione dell’emozione paura. E’ una delle sei emozioni principali (oggi 21 secondo alcuni studi americani) osservata sotto vari profili  da numerosi studiosi della mente umana, dai comportamentisti  ma anche da letterati, filosofi, artisti. Ciò che probabilmente affascina di questa emozione è la assoluta differenza all’approccio con l’evento esterno ritenuto dannoso. Secondo W. B. Cannon, fisiologo americano (1871-1945) possono sussistere due tipici comportamenti nella paura: la reazione di attacco o la fuga, “Fight o Flight”, possiamo cioè andare verso il problema proponendoci in modo impetuoso o fuggire da esso. Ma la paura non sempre sembrerebbe essere proporzionata al potenziale evento lesivo. Che ci sia una certa proporzionalità di intensità tra due eventi  notoriamente pericolosi è cosa nota, tutti sono consapevoli dei pericoli rappresentati da un forte terremoto o da una guerra, ma certamente  è meno evidente la differenza tra il realmente  percepito in quanto tale e il soggettivamente percepito. Non tutti hanno infatti la medesima soglia di comprensione del pericolo che è influenzata dalla propria esperienza di vita, da cioè dati puramente soggettivi che parametrano in modo totalmente differente la percezione del rischio. Ciò che è avvenuto con il Covid 19 è senz’altro una diversa percezione delle realtà, che ha subito inevitabilmente la confluenza di più fattori. Come anticipato, si sono create “fazioni diverse” più o meno moderate e nel collocamento di ciascuno di noi in ognuna di esse, hanno contribuito sensibilmente i media. La nostra capacità di percezione del rischio è stata altamente influenzata dai mezzi di comunicazione di massa ma anche dalla modalità comunicativa realizzata. Accendere la TV ed ascoltare un telegiornale è un conto, ma assistere alle comunicazioni ufficiali del Presidente del Consiglio, assistere ad una totale sospensione delle trasmissioni di tipo sportivo o di intrattenimento e soprattutto vedere come le uniche notizie veicolate dalle testate giornalistiche riguardassero solo il coronavirus, certamente ha influenzato la nostra percezione del rischio. Le comunicazioni così predisposte tendono a scatenare l’emozione paura che attinge, per dare spazio ai meccanismi del  “Fight o Flight”, alla memoria di ciascuno di noi ed alle informazioni sommarie possedute che poi saranno elaborate facendoci assumere decisioni sbagliate. Fra i pregiudizi cognitivi che influenzano la nostra quotidianità, Kahneman e Tversky hanno individuato anche un altro fenomeno chiamato effetto Framing (da Frame, cornice) ovverossia il modo in cui ci viene presentato ciò che poi influenzerà la nostra decisione. Realizzarono a dimostrazione di ciò un noto esperimento “ il problema della malattia asiatica” nel 1981; tale reattivo fu somministrato a due gruppi di individui, lo stesso dilemma fu proposto però attraverso modalità differenti di comunicazione. Entrambi i test si soffermavano sulla percentuale di vite umane che tendenzialmente si sarebbero potute salvare attraverso l’applicazione di un dato progetto, ma tendenzialmente ciò che variava era la modalità comunicativa utilizzata nella proposizione del problema. Alla fine della somministrazione del reattivo l’effetto ottenuto è stato sorprendente.

Al primo gruppo in buona  sostanza vennero evidenziate modalità diverse per fronteggiare la malattia: in uno vi era la certezza di salvare un numero molto inferiore  di persone ( 200 in luogo di 600), nel secondo, qualora si fossero adottate diverse strategie, vi sarebbe stata una più blanda certezza rispetto al precedente metodo, ma in caso di successo le vite umane salvate sarebbero state molte molte di più. ( 600). La risposta fornita dai soggetti analizzati fu quella di   applicare  un metodo risolutivo per salvare un numero certo di vite umane, sebbene di gran lunga inferiore! I gruppi hanno preferito quindi scegliere di non rischiare! Ciò che è stato chiesto è :  “Se viene adottato il Programma A, verranno salvate 200 persone. Se viene adottato il Programma B, vi sarebbe 1/3 di probabilità che 600 persone vengano salvate, e 2/3 di probabilità che nessuna persona venga salvata”. In tal caso i partecipanti hanno preferito evitare il rischio di far perire tutti (72%); meglio 200 sicuri che 600 incerti!  Nel secondo quesito la problematica viene espressa in modo differente  “Se il Programma C viene adottato, moriranno 400 persone. Se il Programma D viene attuato, vi sarà 1/3 di probabilità che nessuno muoia, e 2/3 di possibilità che 600 persone muoiano”. In questo caso, dove si è prospettata la certezza della morte di molti individui, la propensione al rischio è calata (78%). Nel secondo gruppo, pur rappresentando il medesimo problema e le medesime soluzioni Kahneman e Tversky hanno semplicemente variato la modalità comunicativa: nel secondo caso si è affrontato il problema dando per scontata una certezza, la morte di alcuni individui in luogo alla possibilità di salvarli, nel primo invece è stato rappresentato un evento in una chiave di lettura maggiormente positiva.

Ciò evidenzia come le circostanze prospettate non siano realmente valutate in maniera oggettiva, ma vi possa essere in qualche modo un’influenza indotta da una comunicazione strutturata in un determinato modo. Generare emozioni produce una inevitabile risposta nell’individuo e non sempre la valutazione rispetto ad una data informazione sarà rigorosamente oggettiva. Gustav Le Bon, sosteneva :” gli oratori che sanno impressionare, non fanno mai appello alla ragione, ma ai loro sentimenti.”

I neuroni specchio

Negli anni ‘90 sono stati studiati da un gruppo di ricercatori dell’università di Parma i neuroni  specchio, ovverossia quei  neuroni che permettono di comprendere come fisiologicamente si attivi la nostra capacità di entrare in empatia con altri soggetti.

Le attività del mentale possono essere descritte a partire da un fatto sperimentale: esiste tra noi e gli altri una dimensione di empatia che è fondante rispetto all’apprendimento dei comportamenti, determinante nella genesi del linguaggio ed è predeterminante nei meccanismi generativi nella coscienza che non può che essere letta in un contesto in cui il fenomeno va creandosi dalla relazione madre-bambino, in cui il bambino impara i gesti della madre perché sono in lui evocati. Quando vediamo qualcuno triste o felice, secondo i ricercatori si attiverebbe un sistema fisiologico che in qualche modo sollecita anche le nostre emozioni, noi proviamo quello che pensiamo l’altro stia provando! La mente umana funziona attraverso questo meccanismo di “mirroring” e certamente, anche nel caso del Covid 19,  l’effetto di rispecchiamento ha sicuramente giocato un grande ruolo.

I bias cognitivi il marketing e della comunicazione di massa

Chi è maggiormente consapevole del meccanismo che scatta nella mente umana, può utilizzare anche a proprio vantaggio i bias mentali? E’ possibile che la consapevolezza che sia quasi impossibile sfuggire a questi bug mentali possa  divenire una risorsa utilizzata da pochi? Orbene, abbiamo certamente compreso come gli individui vivano, attraverso i neuroni specchio, emozioni similari a chi ad esempio stanno osservando in un dato momento storico; abbiamo inteso che l’emozione paura è altamente strutturata nell’essere umano, se non altro perché è un meccanismo innato di protezione dell’individuo e che, più in generale, tutte le emozioni posso influenzare le nostre scelte; abbiamo inteso come talvolta gli individui siano maggiormente propensi ad evitare una perdita piuttosto che ottenere un guadagno; abbiamo certamente capito come la maggior parte delle volte gli individui incorrano in inevitabili errori dovuti al pregiudizio cognitivo. Dunque, asserito ciò,  è possibile utilizzare a proprio favore tutti questi elementi?

Nel mondo del marketing certe tecniche sono utilizzate al fine di ampliare le vendite, armonizzare i propri spot o slogan aziendali per “sintonizzarsi” maggiormente sulle esigenze del consumatore. Ma anche la comunicazione di massa segue degli schemi ben precisi per arrivare in modo veloce e far si che il messaggio rimanga  maggiormente impresso nel maggior numero di persone. La domanda però è un’altra, è possibile ipotizzare  che il bombardamento mediatico su vasta scala  possa aver generato “l’errore mentale” in tutti coloro che, pur non avendo alcuna conoscenza scientifica sull’argomento, né dati statistici concreti, né alcun tipo di conoscenza tecnica in materia,  hanno iniziato ad ipotizzare, trarre conclusioni, consigliare ad altri e schierarsi contro o pro certi argomenti? Ovviamente questa è solo una ipotesi, ma certamente la continua e costante diffusione mediatica dell’argomento coronavirus ha ampliato la percezione del rischio nella maggior parte degli individui e come detto, il risk perception  non è basato su dati oggettivi, ma bensì è caratterizzato da una mutevole serie di variabili tipicamente soggettive. Gli individui, in base ai nuovi traguardi raggiunti dalle neuroscienze, sono meno toccati a livello emotivo da situazioni di pericolo che conoscono ed in quanto tali in qualche modo possono “gestire”, piuttosto da quelle completamente nuove sebbene le stesse siano potenzialmente più gestibili. La continua diffusione di tali informazioni, potrebbe aver stimolato negli individui un vero e proprio panico, vero è che secondo quanto riportato dalla cronaca, per quanto allo stato non ci sia un vero e proprio dato statistico, pare sia aumentato anche  il numero di suicidi legato al terrore della malattia, dell’isolamento sociale  ed alla relativa perdita di sicurezza economica. Ma ovviamente, anche tali ragionamenti, potrebbero essere il frutto di bias cognitivi!  
Biblografia
  • Pensieri Lenti e Veloci di Daniel Kahneman
  • Come Mentire con le Statistiche di Huff Darrel
  • Antifragile di Nassim Nicholas Taleb
  • Il Cigno Nero di Nassim Nicholas Taleb
  • Psicologia delle folle Gustav Le Bon
  • Comunicare meglio per avere relazioni migliori di Xavier Guix
  • Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick
  • L’origine della specie di Charles Darwin
  • Biases di Mario Salomi
  • Trappole Mentali di Matteo Motterlini
  • Parole per vendere di Paolo Borzacchiello

[1] Le euristiche sono le decisioni assunte sulla scorta delle credenze che si hanno in merito ad un dato fatto. Possono essere di varia natura. Eurustica  di rappresentatività; di accessibilità; della disponibilità (nome caro alla psicologia cognitiva e comportamentalista) questa ultima,  come per le altre euristiche può essere ingannevole e fuorviare le decisioni finali. La disponibilità dell’informazione presente nella nostra memoria, cioè quello che rimane maggiormente impresso, può essere fortemente fuorviante per la considerazione finale. Caso di scuola tipico è un disastro aereo, che rimane fortemente impresso nella nostra memoria e in maniera certamente più intensa rispetto agli incidenti d’auto, molto più frequenti.
[2] I vizi capitali, secondo la tradizione cristiana, sono quelle tendenze umane, quelle abitudini dannose, che fanno si che generino i veri e propri peccati; capitali, capitalis, capo, perché appunto, simbolicamente parlando, sono messi a capo di molti peccati. Immanuel Kant,(1724-1804)  filosofo tedesco,  nella sua “Antropologia pragmatica” vede nel vizio, una espressione dell’uomo.

Articolo a cura di Avv. Tiziana Barrella
TATUAGGIO, CARCERE E SIGNIFICATO
Nell’invisibilità del pianeta carcere il tatuaggio è regolarmente rappresentato da simboli specifici: riproduzioni alle quali i detenuti sono legati per i più svariati motivi.

In prigione i tatuaggi tendono ad assumere un significato più profondo, la realizzazione non deve essere osservata come mera modalità per far trascorrere le lunghe giornate afflitte dalla detenzione.

Il tatuaggio diventa una parte rappresentativa del corpo di un detenuto, ovvero, una vera e propria carta d’identità del criminale, non solo per evidenziare il crimine  commesso, ma anche come strumento di comunicazione tra detenuti[1]: segno di identificazione e mezzo d’espressione, può indicar,  tra l’altro, appartenenza a una comunità e la scelta di un determinato simbolo racconta la vita di una persona. Il tatuaggio criminale non è solo un tatuaggio!

È ormai acclarata l’importanza dello studio del tatuaggio quale mezzo coadiuvante diagnostico nell’esame della personalità del criminale. Si tratta precisamente di una traccia patognomica del vissuto del soggetto. Sottolineiamo il termine “traccia”, in contrapposizione a quanto affermava Lombroso nella sua “teoria dell’atavismo” che considerava il tatuaggio come carattere “anatomico” specifico di uomo primitivo, selvaggio nel quale la scarica degli istinti e delle pulsioni aggressive avveniva senza inibizioni[2].

La realizzazione di un tatuaggio nelle patrie galere, fatto da un detenuto mentre sconta la sua pena, è gesto di sfogo, un simbolo di riconoscimento tra detenuti o un atto di protesta contro la crudeltà del carcere.

Si pensi ad un detenuto medio: un giovane tossicodipendente italiano condannato a tre anni che decide di segnare la propria frustrazione sulla propria carne.  

Se, nella società civile ed, in particolare, nel mondo del lavoro, un soggetto desta perplessità, in un ambiente totalmente diverso, quale il carcere, il tattoo ha invece un ruolo

In analisi percentuale, tanti detenuti ed ex detenuti riportano sulla pelle almeno un tatuaggio, realizzato durante l’esecuzione della pena o della misura cautelare: è un segno di sfogo e di protesta contro la durezza di un ambiente come il carcere; la pelle diventa un manifesto su cui poter rappresentare la propria rabbia.  

Infatti, da regolamento penitenziario, non è consentito tatuarsi all’interno delle carceri, perché questo atto viene considerato autolesionista.  

Proprio per questo, il tatuaggio del detenuto ha sempre un grande valore, ed evidenzia il coraggio e la forza d’animo di chi lo porta.

Se per ogni cultore di tatuaggi la pelle è una tela su cui raccontare la propria storia, per il detenuto si trasforma in un manifesto di carta straccia, con cui dichiarare pubblicamente la propria condanna ad una non-vita di cancelli, sbarre e cemento.

L’intraprendenza mostrata nell’atto di realizzazione del tatuaggio dietro le sbarre è inoltre una straordinaria prova di coraggio, ma soprattutto,  ribellione in quanto si concretizza un’infrazione disciplinare: essendo considerato dall’art. 77 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230 – Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà – “possesso di oggetti non consentiti”. Alla fase del giudizio, si giunge quando il direttore dell’istituto ritiene che, a seguito dell’infrazione, debba essere inflitta una delle sanzioni previste dall’art. 39 dell’ordinamento penitenziario (legge 354/1975). La competenza ad irrogare le sanzioni è ripartita tra due diversi organi, il regolamento affida al direttore un’ulteriore funzione di filtro, dovendo egli stabilire se convocare l’accusato davanti a sé o dinanzi al consiglio di disciplina, a seconda della valutazione rispetto alla gravità della sanzione. Ai sensi dell’art. 81, comma IV, del regolamento di esecuzione sono possibili due esiti del procedimento:
  1. se il direttore ritiene che l’infrazione (in conformità a quanto scritto nel rapporto o, eventualmente, a quanto emerso dagli ulteriori accertamenti compiuti) debba essere punita con la sanzione del richiamo o dell’ammonizione, convoca l’accusato davanti a sé per la decisione disciplinare;
  2. se il direttore ritiene che, in base alla gravità dell’infrazione, debba essere applicata una delle più afflittive sanzioni, previste dai numeri 3,4,5 dell’art. 39 O.P., convoca l’accusato davanti al consiglio di disciplina. A riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che, nel rispetto del termine massimo di dieci giorni, “la convocazione può avvenire in qualsiasi momento, anche ad horas”[3]. Per di più, appare doveroso precisare che la sanzione dell’esclusione dalle attività in comune non può essere inflitta per l’infrazione in questione perché prevista all’art. 77, numero 7) del comma 1 D.P.R. 230/2000, salvo che l’infrazione sia stata commessa nel termine di tre mesi dalla commissione di una precedente infrazione della stessa natura.

Inoltre, l’infrazione potrebbe causare la mancata concessione della liberazione anticipata: detrazione di quarantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena scontata che è concessa al condannato a pena detentiva che abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione[4]. Tra l’altro, il beneficio è tra i più sentiti della popolazione detenuta.

E’ curioso sapere che il detenuto per la realizzazione del tatuaggio deve accontentarsi dello scarso materiale a disposizione:
  • un ago da cucito;
  • un accendino;
  • un piccolo pezzo di filo di stagno;
  • un pennarello tipo uniposca;
  • un lettore mp3 o un oggetto dotato di un impianto elettronico simile;
  • due pile stilo, solitamente quelle del telecomando del televisore;
  • un dopobarba;
  • un po’ di crema idratante;
  • pellicola per alimenti.

Una volta procurati tutti i materiali necessari, il procedimento è abbastanza semplice: è’ di estrema importanza evitare di attirare l’attenzione della polizia penitenziaria, quindi un compagno di cella volenteroso farà il palo posizionandosi di fronte alla porta[5]; si estrae il motore del lettore cd o altro oggetto reperito dall’involucro di plastica, poi, si scalda il filo di stagno con l’accendino utile a saldare l’ago al motorino del lettore cd, dopodiché viene creato un circuito chiuso con le pile del telecomando per azionare il dispositivo.

La piccola macchinetta da tatuatore ottenuta, una volta azionata, farà vibrare l’ago che inciderà la pelle.

L’inchiostro è ricavato dal pennarello che miscelato al dopobarba, il cui alcool è il disinfettante, fa ottenere una miscela omogenea.  

Una volta terminata l’opera per evitare l’insorgere di infezioni e idratare la pelle è utilizzata in genere la crema nivea.

Si evidenzia una relazione tra tatuaggi dei detenuti uomini e tipologie di reato che implicano un comportamento aggressivo e l’uso di sostanze stupefacenti.

In particolare, il possesso di tatuaggi risulta correlato ai delitti per la cui realizzazione è necessaria una aggressione personale: per gli uomini principalmente si parla di rapina, dove ai fini della configurabilità del reato è necessaria la violenza  “…l’esercizio di una energia fisica, di qualunque grado di intensità, idonea a provocare la coazione personale del soggetto passivo, fino a comprometterne o ad annullarne le capacità di autodeterminazione e di azione[6] o minaccia che, invece, ai fini dell’integrazione dell’elemento oggettivo della rapina, deve consistere in “…qualsiasi comportamento deciso, univoco e perentorio dell’agente che sia astrattamente in grado di incutere timore ed esercitare una coazione sulla persona[7], producendo “…l’effetto di turbare o diminuire la libertà psichica e morale del soggetto passivo[8].

Per i detenuti di sesso femminile tatuati il reato in percentuale più rappresentativo risulta essere lo spaccio di sostanze stupefacenti correlato alla tossicodipendenza per una percentuale superiore al 41%.

Il nesso stupefacenti-reati propone una serie di diversi modelli identificativi diversi: la delinquenza stimola il consumo di sostanze illecite; il consumo di stupefacenti porta alla commissione di reati; l’uso di droghe e la delinquenza sono fenomeni coesistenti; il consumo di stupefacenti e la delinquenza sono eventi mediati da una serie di altre variabili e sostenute da radici comuni.

Rispetto al tipo di sostanza stupefacente, sia per i gli uomini che per le donne, appare rilevante una maggiore dipendenza dai stimolanti quali cocaina e cannabis (e derivati, in particolare, marijuana e hashish).
                                                                                                       

[1] Arkady Bronnikov, Russian Criminal Tattoo Police Files, pubblicato da FUEL, considerato il massimo esperto russo in fatto di iconografia dei tatuaggi, ha pubblicato una raccolta di circa 180 fotografie di criminali rinchiusi nei penitenziari sovietici.
[2] Vincenzo Maria Mastronardi, pag. 165 Manuale di comunicazione non verbale, Carocci, 2013.
[3] Cassazione, sez. I, n. 41700, 21 novembre 2001.
[4] Art. 54 legge 354/1975.
[5] Una curiosità, raccontata da un recluso, è data dall’accensione del televisore poiché lo strumento prodotto per la realizzazione del tatuaggio emette un ronzio che potrebbe insospettire la polizia penitenziaria, così prima di azionarla si accende il televisore con il volume alzato sino al massimo consentito. In questo modo l’audio del programma televisivo di turno copre il rumore ed il detenuto può procedere con la losca attività clandestina e realizzare il tatuaggio vero e proprio.
[6] Cass. n. 19490/2012.
[7] Cass. n. 44347/2010.
[8] Cass. n. 46118/2009.

Articolo a cura di Dott. Giovanni Passaro
Giornata internazionale della donna
Lo scenario normativo internazionale

Come si è già avuto modo di constatare la violenza di genere è un problema di livello mondiale. Ogni Paese, ciascuno con la propria cultura e stile di vita, affronta questo fenomeno in maniera diversa e cambia anche il modo di viverlo da parte delle donne. Anche il modo di essere donna e vivere la propria femminilità è differente in base alla propria cultura e religione, per questo spesso si creano delle incomprensioni etiche-culturali tra donne migranti e donne autoctone di diversi paesi nei quali, anche il livello di parità tra i sessi è differente.

La violenza di genere – ricordiamo- si fonda sulla discriminazione nei confronti della donna a livello politico, culturale, economico e sociale; è per questo motivo che qualsiasi considerazione sul fenomeno in esame deve essere sempre preceduta da attente riflessioni riguardanti in generale il tema dei diritti umani fondamentali.

A livello internazionale, il primo documento volto a combattere questa discriminazione è stata “La convezione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna”, approvata il 18 dicembre 1979 dall’ONU. Questo documento costituisce la principale garanzia che il diritto internazionale offre al rispetto dei diritti delle donne.

L’art 1 del trattato recita: “Ai fini della presente Convenzione, l’espressione «discriminazione nei confronti della donna» concerne ogni distinzione esclusione o limitazione basata sul sesso, che abbia come conseguenza, o come scopo, di compromettere o distruggere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio da parte delle donne, quale che sia il loro stato matrimoniale, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale e civile o in ogni altro campo, su base di parità tra l’uomo e la donna”. Questa convenzione impegna gli stati firmatari ad astenersi da azioni discriminatorie in base al sesso e ad adottare provvedimenti per raggiungere l’uguaglianza in tutti i settori, inoltre viene istituito un Comitato che ne sorveglia l’applicazione negli Stati firmatari, i quali si impegnano a fornire regolarmente un rapporto sui provvedimenti adottati.

Solo a partire dalla metà degli anni Ottanta gli organismi internazionali hanno attenzionato tale fenomeno. Infatti, il 20 dicembre del 1993 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò all’unanimità̀ la “Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne”, nella quale si afferma che la violenza contro le donne costituisce una violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali; l’art. 1 definisce “violenza contro le donne ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata”.

Questa Dichiarazione ha costituito un input per altre organizzazioni internazionali che si sono occupate del tema successivamente.

Nel 1995 in occasione della quarta conferenza mondiale sulle donne, svoltasi a Pechino, viene emanato un programma di azione per attribuire più potere alle donne, inoltre nella conferenza si introduce un concetto molto importante: “la valorizzazione delle differenze”. Si arriva alla consapevolezza che per raggiungere l’uguaglianza di diritti e di condizione è necessario riconoscere e valorizzare la differenza del genere maschile e femminile, quindi dare rilievo all’esperienza, alla cultura e ai valori di cui le donne sono portatrici poiché costituiscono una ricchezza per tutta l’umanità̀. Il programma di azione rappresenta ad oggi, il principale testo giuridicamente vincolante sui diritti delle donne.

La violenza di genere è considerata a livello internazionale anche un problema di sanità pubblica che compromette gravemente la salute della donna, ed è per questo, che deve essere prevenuta e monitorata. A conferma di ciò la risoluzione dell’Assemblea mondiale della Sanità- “Prevenzione della violenza: una priorità della sanità pubblica”- del 1996 dichiara che la violenza è un problema primario di sanità pubblica a livello mondiale, raccomanda agli Stati membri di valutare il problema della violenza nel proprio territorio e di trasmettere all’OMS le loro informazioni su questo problema e sul loro approccio ad esso, invita il Direttore Generale ad attivare interventi di pubblica sanità indirizzati al problema della violenza che descriveranno i diversi tipi di violenza, la loro dimensione, le cause e conseguenze di questa utilizzando anche una “prospettiva di genere” nell’analisi. La risoluzione dell’Assemblea mondiale della Sanità inoltre individua un altro punto fondamentale: la valutazione dell’efficacia delle misure e dei programmi di prevenzione del fenomeno, con particolare attenzione alle iniziative territoriali di base. Tale risoluzione promuove, inoltre, azioni per combattere questo problema a livello internazionale e locale, prevede misure per fare progressi nel riconoscimento, nella presentazione dei media e nella gestione delle conseguenze della violenza; promuove la partecipazione intersettoriale nella prevenzione, incoraggia la ricerca su questo fenomeno considerandola un priorità per la sanità pubblica, invita a preparare e divulgare raccomandazioni sui programmi di prevenzione delle condotte violente in nazioni, Stati e comunità in tutto il mondo.

Anche per quanto riguarda la giustizia penale sono stati presi, nel corso degli anni, provvedimenti a livello mondiale per garantire alle donne un trattamento equo da parte del sistema giudiziario penale e politiche volte a contrastare la violenza di genere. L’Assemblea generale dell’ONU nel 1998 ha emanato la risoluzione:” Prevenzione del crimine e misure di giustizia penale per eliminare la violenza contro le donne “e allegate “Le strategie modello e le misure pratiche sulla eliminazione della violenza contro le donne “. Questa risoluzione raccomanda agli Stati membri di rivedere e rivalutare le proprie leggi, le proprie politiche riguardanti la violenza di genere e le proprie misure pratiche riguardo le questioni penali per stabilire se -conformemente al proprio sistema legale- abbiano un impatto negativo sulle donne ed eventualmente modificarli in modo da assicurare alle donne un trattamento equo da parte del sistema giudiziario penale. L’Assemblea generale raccomanda inoltre agli Stati Membri di promuovere la sicurezza delle donne in casa e nella società in genere, di attuare strategie di prevenzione del crimine che riflettano le reali condizioni di vita delle donne, di cercare di soddisfare le esigenze in diverse aree come lo sviluppo sociale, i programmi di educazione alla prevenzione e di progettazione ambientale.

Il 31 luglio 2001 viene firmato da 72 Paesi, la Sintesi del Protocollo facoltativo relativo alla “Convezione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” (1999 ONU). Esso riafferma la determinazione degli Stati interessati che adottano il Protocollo di assicurare il pieno ed uguale godimento da parte delle donne di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali e di intraprendere azioni efficaci per prevenire la violazione di tali diritti e libertà.

La risoluzione dell’ONU n.54/134 del 17 dicembre del 1999 proclama il 25 novembre la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, giorno che ricorda l’eccidio delle sorelle dominicane Mirabal da parte della polizia del dittatore Truijllo avvenuto nel 1960[1].

Più di recente il Consiglio d’Europa nella raccomandazione del 2002 del Consiglio dei Ministri agli Stati Membri, condanna “qualsiasi azione fondata sull’appartenenza sessuale che comporta o potrebbe comportare per le donne che ne sono bersaglio danni o sofferenze di natura fisica, sessuale o psicologica, ivi compresa la minaccia di mettere in atto simili azioni, la costrizione, la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che in quella privata”.

L’11 maggio 2011 a Istanbul è stata siglata la “Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. Tra i primi Paesi firmatari della Convenzione troviamo nazioni con un livello di servizi e politiche di contrasto alla violenza e a tutela delle donne molto avanzato, mentre in altri abbiamo servizi, leggi e iniziative non coordinati tra di loro e poco efficaci a livello politico. L’assemblea generale dell’ONU ha ufficializzato una data che fu scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell’incontro femminista latino-americano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà (Colombia) nel 1981. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio avvenuto il 25 novembre del 1960 delle tre sorelle Mirabal considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leonidas Trujillo, il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos dal 1930 al 1961.

Da questo quadro normativo possiamo vedere come a livello mondiale, seppur tardivamente, siano state prese misure di contrasto alla violenza di genere e quindi il riconoscimento del problema da parte di vari paesi del mondo con culture diverse; tuttavia, tali misure ad oggi possono costituire solo il presupposto non già la soluzione definitiva per l’eliminazione il fenomeno.

[1] L’assemblea generale dell’ONU ha ufficializzato una data che fu scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell’incontro femminista latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà (Colombia) nel 1981. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio avvenuto il 25 novembre del 1960 delle tre sorelle Mirabal considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leonidas Trujillo, il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos dal 1930 al 1961.


Il ruolo della donna nella società nel passato e nel presente

La condizione della donna nella società lungo il corso dei secoli ha subito parecchi cambiamenti, a seconda dell’evoluzione politica e giuridica dei popoli, della diversità dei fattori geografici e storici e della sua appartenenza ai vari gruppi sociali. In quasi tutti i tempi e paesi essa è stata sottoposta nelle società del passato a un trattamento meno favorevole di quello riservato all’uomo sia dal punto di vista giuridico, economico e civile. A differenza delle civiltà arcaiche, nelle quali la donna era regina nella famiglia e potente nella comunità perché generava la vita, nell’antica Grecia il suo ruolo cambiò completamente. I grandi filosofi come Platone, Pitagora o Euripide la consideravano ignorante, inferiore, difettosa e incompleta e fino alla morte soggetta alla potestà del padre e quando si sposava del marito. Anche in epoca romana la donna era una semplice figura presente nel nucleo familiare, che doveva unicamente pensare al mantenimento dei figli e della casa e le scelte erano affidate al pater-familias che ricopriva le cariche pubbliche. Solo le mogli dei grandi imperatori erano artefici nella vita politica, di conseguenza potenti e libere.

  • Medioevo

Nel Medioevo, invece, la donna veniva vista in due modi nettamente opposti: angelico e spirituale o stregonesco e maligno. Nella donna si incarnavano infatti il bene e il male ma continuava ad essere piegata al potere dell’uomo. Anche nel mondo cristiano la donna aveva pochi diritti: quando si sposava riceveva una dote, ma perdeva il diritto di amministrarla poichè era il marito che la gestiva, e la moglie non era libera di fare testamento, doveva sottostare al potere dell’uomo e doveva occuparsi della sfera del privato. Le donne venivano controllate e non potevano uscire di casa senza essere accompagnate da un uomo, perché la loro libertà avrebbe minacciato l’ordine sociale. Tuttavia, solo grazie al lavoro esse erano più libere.

  • Cultura Musulmana

Nella cultura musulmana la condizione della donna non era molto diversa rispetto al mondo cristiano: l’incontro tra uomo e donna avveniva il meno possibile e vivevano due vite distinte. Le donne musulmane non frequentavano la moschea ma andavano spesso ai bagni pubblici dove compivano i riti di purificazione, curavano la propria igiene, si incontravano, si riposavano, combinavano matrimoni. Nel mondo musulmano esse potevano possedere beni, ereditarli, svolgere attività economiche, anche se in proporzione minore rispetto agli uomini: ad esempio esistevano ricche mercantesse, che però dovevano utilizzare collaboratori maschi per poter trattare i propri affari. Durante il Seicento, poi, si nutrivano grandi paure nei confronti dell’universo femminile e le donne che decidevano di ribellarsi al potere dell’uomo e alle regole della società venivano accusate di essere delle streghe e condannate al rogo; e tale situazione durò anche per tutto il Settecento. Dopo la Rivoluzione francese fu grazie a Napoleone che la sfera dei diritti delle donne venne ampliata: venne così concesso loro di mantenere il proprio cognome, anche in caso di matrimonio, di esercitare autonomamente attività commerciali e fu abolita la disparità di trattamento nella divisione dell’eredità del patrimonio familiare.

  • Mondo Occidentale

Nel mondo occidentale tra fine Ottocento e inizio Novecento le rappresentanti del genere femminile iniziarono a far sentire la propria voce e a chiedere gli stessi diritti degli uomini. L’industrializzazione da parte sua contribuì al cambiamento: le donne cominciarono a lavorare e a capire di essere valide tanto quanto gli uomini, soprattutto durante le due guerre mondiali, quando dovettero sostituire nei loro compiti gli uomini, chiamati a combattere.

  • In Italia

Così in Italia nel 1946 arrivarono i primi riconoscimenti: le donne votarono per la prima volta, nel 1948 la Costituzione stabilì l’uguaglianza tra i sessi e nel 1975 una legge decretò la parità di diritti tra marito e moglie. La donna oggi è lavoratrice e cittadina, non può più quindi sottostare al potere dell’uomo e la sua forza lavoro, da sempre esistita nella storia, ma non sempre riconosciuta, oggi ha un importante peso in piena società industrializzata, soprattutto da un punto di vista economico e produttivo. La donna di oggi riesce ad essere lo specchio del passato, ma anche la proiezione nel futuro. La donna manager, la donna presidente del consiglio, la donna presidente della Repubblica, la donna presidente di Confindustria non sono però un risultato occasionale, ma il risultato di una guerra fatta di tante battaglie vinte e altrettante perse, ma che alla fine l’hanno portata, nel mondo occidentale, all’apice della piramide.

Tuttavia, ciò non è avvenuto nel mondo islamico, dove la condizione della donna musulmana è problematica. Alcune donne hanno ottenuto l’accesso alle massime cariche nell’amministrazione, ma in generale esse devono ancora affrontare l’autorità del padre, dei fratelli, del marito e sono considerate una tentazione diabolica per i credenti; il loro corpo è “motivo di vergogna” e va perciò velato. Nei paesi tradizionalisti le donne sono private persino dei fondamentali diritti umani e civili: non godono della libertà di spostamento, della libertà di espressione e di parola; non possono procedere negli studi né tanto meno fare carriera o ricoprire cariche o posizioni di responsabilità in campo civile o religioso. Non possono decidere il proprio destino né quello dei propri figli e sono totalmente sottomesse all’uomo. La strada verso la parità dei sessi rimane ancora lunga, tortuosa e difficile da percorrere. Tuttavia, i progressi fatti nel mondo occidentale lasciano ben sperare che un giorno la donna possa finalmente avere gli stessi diritti dell’uomo in tutto il mondo[1].


Come vivono le donne nel mondo

Joni Seager ha appena pubblicato un libro politico e militante intitolato: “L’Atlante delle donne” in cui racconta e mostra in più di 200 infografiche come vivono (o sono costrette a vivere) le donne nel mondo. Seager spiega il ruolo che lo Stato ha nel caratterizzare le vite delle donne non deve essere sottovalutato, poiché sono gli stati a stabilire i confini dei comportamenti accettati, l’accesso a sanità, istruzione, suffragio, diritti riproduttivi, protezione civile e sostenibilità ambientale. E si dice anche che «tutti gli stati sono patriarcali», in infiniti modi.

Un capitolo di tale libro si apre con la citazione dell’avvocata femminista Florynce Rae Kennedy: «Se la gravidanza fosse una questione maschile, l’aborto sarebbe un sacramento». Le decisioni sull’avere o meno figli, quanti averne, quando, come ottenere e utilizzare i contraccettivi e gestire le scelte riproduttive sono «cruciali nell’esistenza della maggioranza delle donne» e influenzano la loro libertà «in tutti gli altri ambiti».

In troppi casi queste scelte sono a loro negate o condizionate direttamente dalla disparità economica. Per quanto riguarda la contraccezione, l’Atlante spiega che 214 milioni di donne in età riproduttiva nei cosiddetti paesi in via di sviluppo vogliono evitare gravidanze, ma non utilizzano un metodo contraccettivo moderno (sterilizzazione, spirale, contraccettivi sottocutanei, iniettabili, orali, preservativi, d’emergenza); 155 milioni di donne non usano alcuna contraccezione, e 59 milioni si affidano a metodi tradizionali (monitoraggio del ciclo di fertilità, rimedi erboristici, coito interrotto, astinenza pianificata, che sono in assoluto i più rischiosi).

Seager affronta anche il tema delle molestie online, affermando che l’attivismo online, «può supportare e orientare l’azione sociale. I social media incrementano la solidarietà verso la comunità trans e il femminismo transnazionale. L’organizzazione online delle donne può aiutare i movimenti a superare i confini locali. In generale, quasi ovunque nel mondo, le donne sono più attive sui social rispetto agli uomini». Eppure, nei paesi a basso e medio reddito, il 52% degli uomini e il 59% delle donne non possiede un telefono cellulare, oltre al numero elevato di donne analfabete[2].

Infine, mette in evidenza come alle soglie del XXII secolo, nonostante le lotte sulla parità dei sessi, in molti stati le donne vengono sottopagate rispetto al medesimo lavoro svolto dagli uomini. Quindi viviamo in un’apparenza paritaria, che paritaria non è.

[1] https://scuola.repubblica.it/sicilia-messina-icfoscolo/2018/01/28/il-ruolo-della-donna-nella-societa-passato-e-presente/
[2] https://www.ilpost.it/2020/03/11/come-vivono-le-donne-nel-mondo/#steps_6

Articolo a cura di Avv. Michela Meo
Immagine di copertina dal web
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