TATUAGGIO - OGI

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TATUAGGIO, CARCERE E SIGNIFICATO
Nell’invisibilità del pianeta carcere il tatuaggio è regolarmente rappresentato da simboli specifici: riproduzioni alle quali i detenuti sono legati per i più svariati motivi.

In prigione i tatuaggi tendono ad assumere un significato più profondo, la realizzazione non deve essere osservata come mera modalità per far trascorrere le lunghe giornate afflitte dalla detenzione.

Il tatuaggio diventa una parte rappresentativa del corpo di un detenuto, ovvero, una vera e propria carta d’identità del criminale, non solo per evidenziare il crimine  commesso, ma anche come strumento di comunicazione tra detenuti[1]: segno di identificazione e mezzo d’espressione, può indicar,  tra l’altro, appartenenza a una comunità e la scelta di un determinato simbolo racconta la vita di una persona. Il tatuaggio criminale non è solo un tatuaggio!

È ormai acclarata l’importanza dello studio del tatuaggio quale mezzo coadiuvante diagnostico nell’esame della personalità del criminale. Si tratta precisamente di una traccia patognomica del vissuto del soggetto. Sottolineiamo il termine “traccia”, in contrapposizione a quanto affermava Lombroso nella sua “teoria dell’atavismo” che considerava il tatuaggio come carattere “anatomico” specifico di uomo primitivo, selvaggio nel quale la scarica degli istinti e delle pulsioni aggressive avveniva senza inibizioni[2].

La realizzazione di un tatuaggio nelle patrie galere, fatto da un detenuto mentre sconta la sua pena, è gesto di sfogo, un simbolo di riconoscimento tra detenuti o un atto di protesta contro la crudeltà del carcere.

Si pensi ad un detenuto medio: un giovane tossicodipendente italiano condannato a tre anni che decide di segnare la propria frustrazione sulla propria carne.  

Se, nella società civile ed, in particolare, nel mondo del lavoro, un soggetto desta perplessità, in un ambiente totalmente diverso, quale il carcere, il tattoo ha invece un ruolo

In analisi percentuale, tanti detenuti ed ex detenuti riportano sulla pelle almeno un tatuaggio, realizzato durante l’esecuzione della pena o della misura cautelare: è un segno di sfogo e di protesta contro la durezza di un ambiente come il carcere; la pelle diventa un manifesto su cui poter rappresentare la propria rabbia.  

Infatti, da regolamento penitenziario, non è consentito tatuarsi all’interno delle carceri, perché questo atto viene considerato autolesionista.  

Proprio per questo, il tatuaggio del detenuto ha sempre un grande valore, ed evidenzia il coraggio e la forza d’animo di chi lo porta.

Se per ogni cultore di tatuaggi la pelle è una tela su cui raccontare la propria storia, per il detenuto si trasforma in un manifesto di carta straccia, con cui dichiarare pubblicamente la propria condanna ad una non-vita di cancelli, sbarre e cemento.

L’intraprendenza mostrata nell’atto di realizzazione del tatuaggio dietro le sbarre è inoltre una straordinaria prova di coraggio, ma soprattutto,  ribellione in quanto si concretizza un’infrazione disciplinare: essendo considerato dall’art. 77 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230 – Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà – “possesso di oggetti non consentiti”. Alla fase del giudizio, si giunge quando il direttore dell’istituto ritiene che, a seguito dell’infrazione, debba essere inflitta una delle sanzioni previste dall’art. 39 dell’ordinamento penitenziario (legge 354/1975). La competenza ad irrogare le sanzioni è ripartita tra due diversi organi, il regolamento affida al direttore un’ulteriore funzione di filtro, dovendo egli stabilire se convocare l’accusato davanti a sé o dinanzi al consiglio di disciplina, a seconda della valutazione rispetto alla gravità della sanzione. Ai sensi dell’art. 81, comma IV, del regolamento di esecuzione sono possibili due esiti del procedimento:
  1. se il direttore ritiene che l’infrazione (in conformità a quanto scritto nel rapporto o, eventualmente, a quanto emerso dagli ulteriori accertamenti compiuti) debba essere punita con la sanzione del richiamo o dell’ammonizione, convoca l’accusato davanti a sé per la decisione disciplinare;
  2. se il direttore ritiene che, in base alla gravità dell’infrazione, debba essere applicata una delle più afflittive sanzioni, previste dai numeri 3,4,5 dell’art. 39 O.P., convoca l’accusato davanti al consiglio di disciplina. A riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che, nel rispetto del termine massimo di dieci giorni, “la convocazione può avvenire in qualsiasi momento, anche ad horas”[3]. Per di più, appare doveroso precisare che la sanzione dell’esclusione dalle attività in comune non può essere inflitta per l’infrazione in questione perché prevista all’art. 77, numero 7) del comma 1 D.P.R. 230/2000, salvo che l’infrazione sia stata commessa nel termine di tre mesi dalla commissione di una precedente infrazione della stessa natura.

Inoltre, l’infrazione potrebbe causare la mancata concessione della liberazione anticipata: detrazione di quarantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena scontata che è concessa al condannato a pena detentiva che abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione[4]. Tra l’altro, il beneficio è tra i più sentiti della popolazione detenuta.

E’ curioso sapere che il detenuto per la realizzazione del tatuaggio deve accontentarsi dello scarso materiale a disposizione:
  • un ago da cucito;
  • un accendino;
  • un piccolo pezzo di filo di stagno;
  • un pennarello tipo uniposca;
  • un lettore mp3 o un oggetto dotato di un impianto elettronico simile;
  • due pile stilo, solitamente quelle del telecomando del televisore;
  • un dopobarba;
  • un po’ di crema idratante;
  • pellicola per alimenti.

Una volta procurati tutti i materiali necessari, il procedimento è abbastanza semplice: è’ di estrema importanza evitare di attirare l’attenzione della polizia penitenziaria, quindi un compagno di cella volenteroso farà il palo posizionandosi di fronte alla porta[5]; si estrae il motore del lettore cd o altro oggetto reperito dall’involucro di plastica, poi, si scalda il filo di stagno con l’accendino utile a saldare l’ago al motorino del lettore cd, dopodiché viene creato un circuito chiuso con le pile del telecomando per azionare il dispositivo.

La piccola macchinetta da tatuatore ottenuta, una volta azionata, farà vibrare l’ago che inciderà la pelle.

L’inchiostro è ricavato dal pennarello che miscelato al dopobarba, il cui alcool è il disinfettante, fa ottenere una miscela omogenea.  

Una volta terminata l’opera per evitare l’insorgere di infezioni e idratare la pelle è utilizzata in genere la crema nivea.

Si evidenzia una relazione tra tatuaggi dei detenuti uomini e tipologie di reato che implicano un comportamento aggressivo e l’uso di sostanze stupefacenti.

In particolare, il possesso di tatuaggi risulta correlato ai delitti per la cui realizzazione è necessaria una aggressione personale: per gli uomini principalmente si parla di rapina, dove ai fini della configurabilità del reato è necessaria la violenza  “…l’esercizio di una energia fisica, di qualunque grado di intensità, idonea a provocare la coazione personale del soggetto passivo, fino a comprometterne o ad annullarne le capacità di autodeterminazione e di azione[6] o minaccia che, invece, ai fini dell’integrazione dell’elemento oggettivo della rapina, deve consistere in “…qualsiasi comportamento deciso, univoco e perentorio dell’agente che sia astrattamente in grado di incutere timore ed esercitare una coazione sulla persona[7], producendo “…l’effetto di turbare o diminuire la libertà psichica e morale del soggetto passivo[8].

Per i detenuti di sesso femminile tatuati il reato in percentuale più rappresentativo risulta essere lo spaccio di sostanze stupefacenti correlato alla tossicodipendenza per una percentuale superiore al 41%.

Il nesso stupefacenti-reati propone una serie di diversi modelli identificativi diversi: la delinquenza stimola il consumo di sostanze illecite; il consumo di stupefacenti porta alla commissione di reati; l’uso di droghe e la delinquenza sono fenomeni coesistenti; il consumo di stupefacenti e la delinquenza sono eventi mediati da una serie di altre variabili e sostenute da radici comuni.

Rispetto al tipo di sostanza stupefacente, sia per i gli uomini che per le donne, appare rilevante una maggiore dipendenza dai stimolanti quali cocaina e cannabis (e derivati, in particolare, marijuana e hashish).
                                                                                                       

[1] Arkady Bronnikov, Russian Criminal Tattoo Police Files, pubblicato da FUEL, considerato il massimo esperto russo in fatto di iconografia dei tatuaggi, ha pubblicato una raccolta di circa 180 fotografie di criminali rinchiusi nei penitenziari sovietici.
[2] Vincenzo Maria Mastronardi, pag. 165 Manuale di comunicazione non verbale, Carocci, 2013.
[3] Cassazione, sez. I, n. 41700, 21 novembre 2001.
[4] Art. 54 legge 354/1975.
[5] Una curiosità, raccontata da un recluso, è data dall’accensione del televisore poiché lo strumento prodotto per la realizzazione del tatuaggio emette un ronzio che potrebbe insospettire la polizia penitenziaria, così prima di azionarla si accende il televisore con il volume alzato sino al massimo consentito. In questo modo l’audio del programma televisivo di turno copre il rumore ed il detenuto può procedere con la losca attività clandestina e realizzare il tatuaggio vero e proprio.
[6] Cass. n. 19490/2012.
[7] Cass. n. 44347/2010.
[8] Cass. n. 46118/2009.

Articolo a cura di Dott. Giovanni Passaro
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